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Valori della vita – Arte salvatrice

Elisàr von Kupffer

 

Arte o scienza? Goethe o Schiller? Cattolico o protestante? Rose rosse o bianche? Bere o mangiare?

Per l’amor del cielo, a che pro queste eterne alternative?!

Non vogliamo morire né di fame né di sete. Vogliamo vivere. Ammettiamolo! Il tempio quale luogo dell’arte. E Goethe aveva perfettamente ragione nel dire che i tedeschi dovevano essere contenti di avere due ragazzi così bravi.

A proposito della prima domanda di coscienza, ho vissuto una strano dialogo, o meglio un discorso a quattro. Una studiosa convinta delle sue idee e tutto gloria, dottoressa in medicina. Una interessante bellezza di origine ebrea sposata con un marchese italiano, un filosofo ed un poeta di lingua tedesca. Cosa doveva uscirne?

Arte o scienza? Quali delle due ci sono più necessarie? La dottoressa, leggermente meravigliata, si diede un’alzatina di spalle.

L’arte – sì … è qual cosa di bello. Nei dieci anni che ho vissuto qui, ho volentieri visitato i musei di Firenze. Ma per quel che è l’arte … la maggior parte della gente se la cava senza. E cosa ne sarebbe della gente, senza le acquisizioni della scienza? Sono il nostro pane quotidiano. Ma l’arte, – diciamo – è un bicchiere di vino buono, che piace. Un buon dessert. Non è da tutti. E si può anche vivere in astinenza, specie se uno non può permetterselo. Mica tutti vivono ad aragoste e champagne! Stessa cosa per l’arte.

Uno sprezzante sorriso contrasse le labbra della marchesa; «Se lei signora dottoressa considera quali persone, questi esseri cui la bellezza è ignota, quasi fossero animali da pascolo. L’uomo inizia con un definito grado di sviluppo, Un barbaro è più vicino all’orango che a Dante o Goethe.»

La dottoressa: «Qui, signora marchesa, potrei quasi essere d’accordo. Nulla da eccepire. In fin dei conti, discendiamo tutti dalle scimmie. Mi perdoni, qualsiasi albero genealogico che si rifaccia a Romolo o a Re David, non ci protegge da cotali antenati. Rallegriamoci, malgrado tutto, di essere arrivati così lontano!»

«No, l’arte è una eredità divina. Meno ne godiamo, più vicini siamo all’animale – più lontani da Dio.»

Con un malcelato sorrisino, la signora istruita passò oltre. «Inoltre, signora marchesa, non si tratta qui della nobiltà dei nostri avi. I signori hanno lanciato la domanda a sapere di cosa l’uomo abbisogni maggiormente: scienza o arte. E abbiamo preso l’abitudine di considerare un particolare genere di ani­male che ha in comune alcune particolarità, in particolare il linguaggio – e di denominarli esseri umani. Per questa mand­ria, se lei vuole – l’arte si avvicina, anche solo lontanamente nel significato, alla scienza? Da parte mia darei ancora una qualche precedenza alla filosofia, fintanto che questa, su basi scientifiche, levi all’uomo superstizioni che lo inibiscono. Ma tutto ciò si rifà alla scienza.»

«Mi perdoni, dottoressa», interloquì il filosofo, «su cosa si basa tutta l’utilità che ne viene dalla scienza, da proprie singole esperienze ed osservazioni? … Nota bene, se queste sono ones­te, cosa che non è sempre il caso. Ci sono prove che la cosi detta oggettività della scienza è fatta di autoinganno; che esis­tano scienziati tipo Lombroso che si permettono di mettere in piedi affermazioni puro imbroglio e basate su fatti che fatti non lo sono e che uno scienziato in generale, come lui sostiene, non ha nemmeno potuto studiare.»

«Ah, signor dottore, bell’esempio di ciarlatano mi porta!», rilanciò la marchesa, sdegnata. «Ce ne sono di più di quanto lei signora dottoressa vuol credere. Anche nelle contrade tedesche. La scienza ha in ogni tempo combattuto le più stupide super­sti­zioni con tutte le armi dell’acume. Potrei portarle un esempio persino da Schopenhauer.»

«Orbene, errare umanum est.»

«Ovviamente. Ma in tal caso non si può pretendere, che i giudizi della scienza vengano proposti quali dogmi infallibili che dovrebbero essere decisivi per tutti, nel bene e nel male. Altrettanto. Sempre nella presunzione che lo studioso sia almeno sincero e coscienzioso. L’utilità che se ne ricava da queste osservazioni scientifiche, basa costantemente – sulla fantasia.»

«Sulla fantasia?», chiede meravigliata la dottoressa. «E come mai?»

«Dalla propria filosofia – sull’esperienza propria e di altri. Se faccio mille osservazioni, queste restano dati isolati, cifre. Le devo sommare, dividere, per esempio per il singolo in­di­vi­duo dietro ogni osservazione, un punto interrogativo, in quanto ognuna è irregolare, ma la fantasia aggiusta le cose. Grazie alla mia fantasia, arrivo ad un risultato. Questo lo fa ogni ricer­ca­tore, o almeno quello che non si limita a raccogliere materiale. E’ così che nascono le ipotesi, si giudicano regolarità o la ne­ces­sità di un fenomeno ed i sentimenti umani ad essi connessi. Come lei può vedere, il progresso dell’umanità, o diciamo più correttamente, ogni modifica a favore o a sfavore del nostro sviluppo dipendono da queste conclusioni fantasiose. La scienza è come una donna che viene fecondata dalla fantasia. O se preferisce, chiami la fantasia un fantasio.»

«Strano! Ma non poi così fuori strada. Mi ero sempre immaginato la scienza come qualche cosa di maschile par excellence. Ma si potrebbe dire che anche la fantasia venga fecondata dai risultati della scienza.»

«Si potrebbe. L’essere più profondo tra il tutto è piuttosto ermafrodita. Vi avviene un reciproco dare e ricevere. La fisica insegna che la forza fluisce sempre dal più forte al più debole. E’ il secondo principio della energetica. Mi pare, però, che non si possa parlare in senso assoluto di più debole. Quando si abbinano un energico ed un tenero non è assolutamente sempre il caso che il secondo funzioni che da ricevente. Anche il più forte riceve dal tenero forze che ne aumentano il senso della vita.. E lo osserviamo nei rapporti erotici, Altrimenti l’uomo si dovrebbe dare in continuazione. Ma non è così. La terra riceve calore dal sole. Certo. Ma che il sole non riceva a sua volta qualche cosa dal movimento della terra? E tutte le forze della fantasia appartengono all’uomo senza che si sappia bene come.»

«In effetti», interruppe il poeta. «Non ci si immagina quanto grande sia la magia della fantasia, quali divine forze sgorghino da lei. E cosa non è la fantasia se non arte nelle sue differenti apparenze. La filosofia si espleta al meglio quando è arte.»

«Qui mi parlate dall’anima», osservo la marchesa, entu­sias­ta. «L’arte è la sol cosa che ci nobilita. Da quando ho vissuto in Italia, Parigi mi è impossibile“. Certo, anche lì c’è arte, sm non si dispiega in quel modo armonica come lo fa nel Rinascimento della Toscana. A parte il Rococo, non c’è altro di casa. Questo passato è una pianta organica, i cui profumi ti vengono incontro – in ogni cittadina.»

«La signora Marchesa apprezza molto l’arte. Io l’apprezzo ancor di più!»

«E’ mai possibile!», ride incredula.

«Un valore che rende felice le persone maggiormente svi­lup­pate, è sicuramente l’arte. Ma ha la proprietà di poter comu­ni­care con tutti. Come un saggio che parla altrimenti con i bambini che con gli adulti. Come colui che possiede la più ricca vita interiore è in grado di seguire il più limitato. Pertanto l’arte si apre anche al selvaggio, e alla così detta mandria. Nessuno ne può fare a meno. Neppure il più povero e mise­re­vole. E’ una delle caratteristiche essenziali dell’uomo, anche se si vuol credere che gli animali ne  abbiano anche loro una parvenza. Senza l’arte, l’uomo sarebbe morto.»

«Oh no, no!», la dottoressa si inalberò, alienata. «vorrei proprio vedere se un ammalato chiamerà lei o me, in preda ai dolori!»

«Grazie a Dio, non abbiamo che dolori somatici! O dob­bia­mo lamentarci che esistano anche mali peggiori per i quali i medici sono poco efficaci, se non impotenti. Conosciamo le ricette mediche: nessuna agitazione, cercate di distrarvi. Ah, stimata signora dottoressa, ci sono talmente tanti sofferenti, anche gravi, per cui l’artista rappresenta essere un salvatore e meglio che il medico. A non tutti è chiaro perché soffrono. Per il sofferente, il potersi confessare è spesso la migliore delle medicine. Chi invece trangugia tutto senza alcuna parola consolatrice, trattiene in corpo una quantità di veleno che prima o poi ha la meglio sulla sua salute. Sì, una triste e dolo­ro­sa poesia d’amore può essere una benefica medicina. Si me­ra­vig­lia? Le sembra una cosa così impossibile?»

«Non questo. Alla fin fine, cè anche qualche cosa di vero. Ma questo si riferisce pur sempre ad una minoranza! Credo che ci sia ancora molta, parecchia gente che non ha mai letto una poesia; moltissimi a cui un quadro appare che come una tela corrotta; la cui  comprensione della musica non supera uno zoppicante walzer.»

«Forse, a grande svantaggio dei nostri tempi. Non soff­ria­mo sicuramente di un eccesso di salute. Vada a Pompei, li vedrà come anche il più povero aveva bisogno dell’arte, molto più che di una farmacia. In una cucina ho persino trovato un affresco con la caduta di Icaro (ora nel museo di Napoli) che osò il volo verso il sole, senza averne le ali. Un profondo pensiero, seppur in una esecuzione mediocre. Ciò mi porta a ricordare  una immagine di poco conto che da ragazzo pensavo di aver perso; dopo inutili ricerche, la trovai sopra il giaciglio del cocchiere di mio padre. Non era sicuramente una persona straistruita. Penso che Icaro e quell’immaginetta ha dato ben più  quale valore di vita che la bravura tecnica di un Frack o di una testa di cavolo che tanto sospingono a benevoli critiche di deboli sognatori d’arte. Quanto oggi è apprezzato nell’arte, secondo scuola ed accademia, ha il vacuo valore di un moderno manufatto da ciabattino, dalle suole inchiodate. Se ne vieni punto, si manda tutto al diavolo.»

«Un po’ drastico, per un poeta.»

«Sì, signora Marchesa, l’arte non è solamente una pianta gracile da allevare in una serra. Le abbisogna sole e pioggia, ma anche aria libera. E’ diventata moda da barzelletta il raf­fi­gu­rar­si l’artista quale insipido sognatore, un mezzo idiota. Quei signori che si ritengono così sobriamente saggi, vanno a mendicare l’arte. Sì, per noi l’arte è aria.»

«Mi meraviglia che non siamo ancora soffocati!»

[…]

«Una volta soddisfatti in modo primitivo i bisogni fon­da­mentali primitivi di fame e sete, diventa necessario ar­ricc­hire la vita. La natura è matrigna, Non ci fossimo aiutati con l’arte, ci troveremmo malconci. Nella libera ma matrigna natura, l’uomo l’ebbe abbastanza scomoda, con la pioggia tra capo e collo, il gelo a paralizzarne le sue membra, la calura a scottarlo l’estate. Ha cercato di proteggersi dapprima nelle grotte deco­ran­dole con pelli di animali catturati, per riposare al caldo e al comodo. O si costruì tende da tronchi, rami e zolle erbose che decorò con i suoi trofei, come pure abbellì se stesso con piume, sassolini e pelli. Gli eredi dei popoli primitivi ce ne rendono edotti. E le nostre palafitte della preistoria non sono che scarni antenati dei palazzi veneti o della cattedrale a San Pietroburgo che ne abbisognano per non sprofondare nei terreni paludosi. L’ultima origine, trovata per necessità di superare se stessi. L’arte innalzò l’uomo a uomo in una natura nemica che da sempre rappresenta una continua lotta tra diverse forze. L’arte è il presentimento di una natura domata. Pertanto di spirito divino purché gli si resti fedeli. Ciò ha indotto l’uomo a ce­leb­rare le divinità non unicamente all’aperto, ma in case ricche d’arte – dedicate alle divinità donatrici di questi valori supe­ran­ti la natura animale.

Così sorsero templi e chiese. Pertanto, poco importa se elleniche o dedicate a Budda, cattoliche o protestanti, moschee o sinagoghe. Barbaro, Lord Kitchener che distrusse la tomba del Mahdi! Tutte sono l’espressione di umano anelito, oltre se stessi.

Purtroppo, per lo più degradato a cieca passione, nell’in­ten­to di un sacrificio, anche umano, per placare la divinità. Questa non è che folle servilità al servizio dell’idolatria. (cfr. Olimpia e Golgata). Resta comunque il fatto che questi templi dell’arte diventano salvifici in molti disagi della vita. Ma ad essi si rivolge pure nei migliori momenti di festa della sua esistenza.»

[…]

«Analogamente si sviluppò la casa personale. Quali aris­to­cratici musei, i castelli tedeschi troneggiano su colline bosc­hi­ve. Sfarzo e ospitalità nei confronti dei vassalli si aprirono nei castelli di Versailles. Chiusi quale sfida al volgo, i palazzi fiorentini dai ricchi tesori d’arte, quasi fossero delle prigioni. Appartata nel verde, l’arcadica casetta Rococo. Espressione di sfarzoso vanto sulle fuga di strade della città moderna, la caserma di appartamenti d’affitto dalle enormi finestre, gli innumerevoli balconi, le finestre sporgenti e loggie. Sobria la casa borghese dei trionfanti 48 nelle strette e grigie stradine. Dal capanno del selvaggio nascosto nei boschi, alla casa contadina dai tetti ricoperti di ciotoli con le malve fiorite o i grandi girasoli, fino al castello principesco, lo spirito dell’arte irresistibilmente contribuisce ad un senso della propria casa, ravvivandone la solitudine, anche nell’alloggio più modesto. Gli antichi bagni e le palestre, con le loro corti circondate da colonnati, albergavano l’arte con figure in rilevo e statue non solo per essere guardate, ma per accompagnare dinamicamente la pulizia, gli esercizi e lo sviluppo corporeo dei loro fre­quen­ta­tori in una visione artistica del bello ripresa nel quotidiano che ancor oggi possiamo ammirare, anche se che nelle immagini!

[…]

«Sull’animo incolto, la musica può esercitare i suoi bene­voli effetti, inibendo anche gli istinti più feroci o grezzi; risaputaanche la sua potente azione nell’addomesticare bestie feroci. Può anche limitare decisioni, risvegliando la ricchezza di immaginazioni, che ci creano dubbi paralizzanti. Si pensi alla scena del «Faust» con il protagonista, stanco della vita, pronto a bere la coppa di veleno, ne viene distolto da campane e canti pasquali. Agisce come l’acqua sul corpo, porta il sangue a ribollire, eccita o tranquillizza a seconda delle sue carat­te­ris­tiche – altrettanto la musica. Essa ha una potente azione fisiologica; ci conquista e quasi non riusciamo a distoglierci dalla sua azione.

Ma la musica induce anche la danza, il ritmo degli arti. Come in ogni arte, anche in questo caso la religiosa azione liberatoria oltre i confini della terra e delle sue faccende quo­ti­dia­ne. Una mobilità laudante, innica, conquista il corpo che appare incatenato a questa terra; come se gli fossero cresciute le ali, avesse tenuto il passo all’anelito, come un illuminato corpo divino. Pertanto, la danza ha origine religiosa. Le danze delle feste della vittoria, descritte dal giovane poeta Sofocle, erano l’espressione di un impulso felice. La danza rincuorava, piaceva a Dio. La danza moderna ha perso infinitamente in bellezza ed entusiasmo, diventando un mero mezzo prag­ma­ti­co, specie nei saloni; ma le rimase comunque qualche cosa del suo gesto curativo e piacevole. In particolare nella danza popolare all’aperto, le originarie danze delle feste religiose, come ho potuto constatare alla Cava dei Tirreni, tradiscono la vecchia magia dell’arte, con i piedi per terra. Danza, quale musica plastica. Persino i piccoli teatri di varietà, viste vo­len­tie­ri da tutti ma giudicate male, hanno il loro diritto all’arte, seppur debole espressione di quanto potrebbero essere – arte erotica: il linguaggio dell’amore del corpo in movimento. E’ arte che comprendiamo minimamente e, di regola, denunciamo essere «orgie» – l’arte della bellezza viva, naturalmente non ridotta a brillanti alla Otero o a sporche barzellette. In Italia, la «tarantella» ne è l’espressione, seppur rivisitata in chiave moderna. Questa arte «viva» (dinamica) è la fonte delle arti figurative, principalmente di quelle plastiche, ma anche del pensiero plastico, mille volte meglio della matematica e l’ana­tomia. Dove questa arte vitale non può svilupparsi, la sorgente si inaridisce come, purtroppo, anche la salute. Grazia e gioia di vivere. I vecchi greci non abbisognavano dei nostri strabici, magnificamente gracili nella loro lussuria, spettacoli di varietà; vedevano quotidianamente  e naturalmente muoversi il corpo nella sua spoglia e nuda bellezza, alla luce del giorno, al sole.

Ogni arte è originariamente salvatrice dell’artista mede­si­mo, che si purifica e si ripulisce facendo partecipare gli altri, apparentati nello stato d’animo, a godere dell’opera. «Lavoro che per me stesso», dice il vero artista. Vero. Ma se pubblichi le tue opere, vuoi agire su altri. Sii onesto! Chi non soddisfa se stesso, men che meno può soddisfare gli altri. L’arte, anche quella seria, deve, nei suoi effetti, metterci di buon umore (ma che non vuol dire sia ridicola). ‹Seria è la vita, allegra l’arte›.

Ma non nel senso che essa sia nata in allegria, tutt’altro, l’arte nasce sempre da un qualche dolore – come la perla – anche dove amiamo felicemente. Nel movimento di massima felicità e piacere non richiediamo arte. Arte che ci gioga è veleno, è sfuggita, infedele, alla sua natura d’origine. L’arte non deve né evitare la vita, né imitarla da schiava. Non si tratta di un museo delle cere, dagli ingannevolmente realistici per­so­naggi con parrucche dai capelli autentici.

Che é l’arte, per noi?

La sorgente dalla quale caviamo nel presente il mondo dei nostri aneliti; speriamo: il mondo di un futuro.»

 

Traduzione Bruno Ferrini

 

 

Valori della vita, Arte salvatrice, PDF, Heiland Kunst

Valori della vita, Le favole delle scienza

Valori della vita
raccolta di saggi etici illustrati, curati da Elisàr von Kupffer e Dr. Eduard von Mayer, terzo libretto
Arte salvatrice
Una conversazione in Firenze di Elisàr von Kupffer, con 4 illustrazioni

«L’arte non può essere considerata un lusso, esprimendosi in tutto, nella vita; solo così facendo è quanto deve essere.»

Re Ludwig I di Baviera

Interno di Santa Croce a Firenze

Dove nella preghiera alta e onestaL’anima si allarga in volo!

Elisàr von Kupffer, Risurrezione – Poesie terrene

L'arte nella casa modesta

Dove le arti son di casa, si ravviva la solitudine.

La fine del canto
Pittura di Hermann Kaulbach

Musica, ricco dono dal cielo

Per alleviare le sofferenze terrene.

Da un canto popolare inglese

Danza tirolese, dal vivo

Qui del popolo il vero cielo,

Contenti esultano grandi e piccoli:

Qui sono uomo, qui lo posso essere!

Goethe, Faust 1