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Tecnica e cultura – Parte III – Lo spirito della tecnica

Lo spirito della tecnica

23. Spirito tecnico e visione del mondo

Lo spirito tecnico, l’essere della tecnica, visti come forza indipendente:

– ridurre a pezzi l’uomo con la suddvisione del lavoro;

– depersonalizzarlo tramite l’unificazione del lavoro;

– tramite la coperazione del lavoro, farlo diventare massa;

– con la sottomissione tecnica, toglierli dentro e fuori, l’anima.

Così viene svilito, trasformato ad essere senza volontà come nella religione monoteistica per le mani della sua in­car­na­zione socio-politica, la violenza burocratico-militare dello Stato. Il monoteismo deve pertanto molto alla tecnica, ma la religione…?

Religione1 è per gli uni la cosa più superflua ed il più ri­di­co­lo nonsenso: ma per religione intendono esclusivamente paternalismo, la sottomissione sulla scorta di favole falsificate dai preti, egoistici usi sacerdotali, oscurità pretaiole e odio. Gli altri non parlano che di festa del credere, servizio divino, verbo divino e ritengono la religione assolutamente indispensabile. Quest’ultimi ci vedono il sostegno dello Stato ed il mezzo per dominare il popolo, istintivamente corretto, in quanto lo Stato rappresenta per loro il limite della visione della vita. Veris­si­mo! L’ortodossia delle sacre scritture non può meglio in­car­nar­si che nello Stato di massa. Alcuni paventano una limitazione delle proprie tendenze moderne – ingiustamente! Per loro, il moderno è la lotta contro tutti gli ostacoli al pieno sviluppo tecnico e sociale che sospingono lo Stato, seppur lentamente ma ancor più profondamente, grazie alle apparentemente fre­nan­ti istituzioni dell’esercito, funzionariato e chiesa.

Ma vi sono pure sentimenti al di fuori delle brame borg­hesi verso i fondamentalismi e di quelle proletarie verso un precipitoso evolversi verso la massa. Oltre la coppia gemellare – Mono – Ateismo – esiste ancora un’autostima che parla di potenza interiore della creazione del mondo. Questo sen­ti­men­to si erge contro la qualifica di massa che vien assegnata all’umanità polvere del caso o dono di un unico Dio, eredità dell’opera della massa o della solitudine. La tecnica ha creato infiniti danni a questo sentimento della personalità propria e nella natura. Più crebbe e più sarà duratura. Il suo spirito, nelle fasi di ripresa, formò sempre più distintamente lo spirito della depersonalizzazione e della meccanizzazione. Con sua sorella commerciale, mano nella mano, la tecnica chiesastica cristian-pretaiola, si volge al comune obiettivo, spesso con ruoli separati, dando la mera impressione di essere nemici. Così, l’uomo si sente più al sicuro, a seconda delle sue dis­po­si­zio­ni, per una «libertà» della visione tecnico-moderno-liberale o per una «difesa» di quella ortodosso-conservatrice. Ma, alla fin fine, da questi raggiri basati su sentimenti personali o dati dalla depersonalizzazione del lavoro, non cambia nulla. Par­ti­co­lar­mente pericolosa la via data dall’approccio di modernità-commerciale-tecnico, in quanto apparentemente così libero e facilmente percorribile, che attira facendo leva sul migliore dei suoi sentimenti, la libertà. L’aspirazione alla libertà, come la parola stessa, non così negativa come la vuota assenza di os­ta­co­li. Piuttosto è il profondo richiamo di lotta della per­so­na­lità, che per essere creativa e realizzandovisi, non deve essere sottoposta con forza a ostacoli. Altrimenti diventa mas­sa. Sen­so di libertà, fedeltà alle proprie convinzioni, per­so­na­li­tà, autentico senso della vita, religione naturale: unicamente fasi e forme del sentire cosmico. E la tecnica, originariamente ap­prez­za­ta quale gestione della natura, sembrava essere ric­chis­si­ma di pro­mes­se. […]

Il vaticano è illuminato elettricamente, Leone XIII ha in­via­to la sua benedizione al mondo su rulli fonografici, l’ul­tra­mon­ta­nis­mo gestisce con competemza stampa e parlamento. Questo dimostra che la tecnica di per sé non è progresso – unicamente in modo utilitaristico può migliorare la vita dell’uo­mo. Questo è apparentemente la parte più pesante del lavoro dell’umanità. Più significativo il fatto che la scienza, mano destra della tecnica, ha disfatto come insostenibili filologicamente, storicamente e naturalisticamente, le tes­ti­mo­nian­ze del monoteismo. Finalmente, si arrivò al punto che la tecnica monoteista annunciò la deposizione del Dio unico. Ma: se si fosse trattato del suicidio del monoteismo tramite la tecnica così ampiamente sostenuta – sarebbe un merito. Ma lo spirito della tecnica, unico spirito in grado di dare felicità, lo spirito della tecnica staffilata al despotismo – non ha fatto fuori un qualsiasi Dio, ma soffocato il naturale sentimento dell’uomo, e pertanto una importante condizione di vita. L’uo­mo, avendo appreso che l’unico Dio aveva creato il mondo, si vide dover deperire di questa credenza, riconoscendosi non creato. Gli era stato martellato che il Dio unico era giusto che nella Bibbia, doveva pertanto perire la credenza a seguito della dimostrazione che questo testo fosse un grandioso falso. Però, prima di tutto: l’uomo aveva appreso, che Dio non era che la controfigura di qualsiasi cosa rappresentasse l’umanità e per­tanto che non ne potesse esistere che uno unico, o quello o nessuno. Dal momento in cui la tecnica, tanto cara al Dio unico, ne aveva decretato la caduta, non poteva più esistere alcun Dio. Rimasto, un poco chiaro panteismo inpersonale e caotico che si avvicina timidamente nella visione poetica al politeismo naturale, impallidita nei termini etico-filosofici di un Goethe, non quale Spinoza in versi, ma nel capovolgimento, dal panteismo senza forma, al monismo di origine individuale-politeista ellenica. Un moderno poeta, Elisàr von Kupffer, scopre a noi lo sguardo in un nuovo, morale, religioso mondo2 – tramite Olympia e Golgotha:

 

La bellezza si avvicina, invia i suoi messaggeri,

Primavera giubila nelle mura distrutte,

Su tutti i rami, occhieggiano fresche gemme.

Torna la vita nel regno dei morti!

 

Cessa finalmente, mio sentimento, d’essere triste!

Christo vive nel tuo cuore sacrificato,

E Dioniso nei tuoi allegri scherzi,

E nel tuoi amore – Eros -Afrodite!

 

Non farti rovinare la felicità da alcun nemico!

Sveglia mondo, ti levo dalla fossa,

Prega, davanti al quale mi inginocchio,

Albergo dell’anima tua, celestiale bisogno!

 

Svuota il calice tuo, dalle labbra pendente,

Foss’anche avvelenato, senza paura!

 

Fiorentina XXVIII: «In Pompeji» da «Alle Porte dell’Eden»,1906/7. E. Pierson, Dresden.

Ma le moderne scienze naturali – madre e nutrimento, im­pre­sario del bambino prodigio, hanno origine, tramite Spinoza, nel monoteismo.

La bibbia, tramite la tecnica, ha ucciso Dio: non solamente il suo Dio unico, ma molto di più – il credere in creative forze, immortali, personali presenti in ogni essere della natura, nella divinità cosmica che indipendentemente in ognuno tende al grande obiettivo del piacere, in quanto forza creatrice della forma, in un mondo di vividi centri, che il nostro linguaggio vorrebbe chiamare «divini». Veramente, ha vinto il pensiero sinaistico. La nostra civilizzazione è quella dell’ideale di Mosè. Pertanto è una disconseguenza ridicola quando sognatori di Stato, politica mondiale e tecnica si ergono contro gli Ebrei. Quest’ultimi non fanno che applicare, più disingannati e con maggior successo, i fondamenti dell’Onnistato tecnico. Ap­par­ten­go­no alla nostra civiltà. L’antisemitismo quale nemico dell’apolide aveva un senso nel genuino sentimento popolare. Ma ciò è stato da tempo superato da Stato e tecnica. Oggi può essere antisemita chi abbia superato la follia statale delle categorizzazioni. E chi lo ha fatto, non è più contro-anti un particolare gruppo di potere dominante, ma oltre questi, al di sopra di ogni partito, al di sopra ogni cosa non personale.

24. L’educazione moderna

Lo spirito della Bibbia ha sterminato la religione naturale e personale e così facendo la premessa di un sentimento per­so­nale, ma anche sepolto la moralità. Non qualsiasi moralità, quella consistente nel partecipare esternamente agli usi e cos­tumi, nel furbescamente nascondere qualsivolglia trasg­res­sio­ne, nell’ambito di una reale o presumibile sottomissione a cor­renti punti di vista, nella rinuncia, senza carattere, al diritto di una propria conduzione di vita. Questa moralità degenerata ha senza dubbio fatto molti progressi con lo sviluppo dello spirito della tecnica – commercio, Stato – sacerdozio. Ma questa decenza – nulla di più – è l’immagine deformata della vita in comune, la distruzione del sentimento etico, altrettanto della massa come annientamento della personalità. Morale è fi­nal­men­te né più né meno che fedeltà cosmica. Personalità sig­ni­fi­ca l’onesto sviluppo dei propri sentimenti nei onfronti di persone, cose e forze dell’ambiente, per una superiore forma di vita in comune. Nella vita in comune, il rispetto di ogni altra individualità, che non espande il suo campo d’azione con violenza o fraudolenza, rappresenta una mirata promozione dell’insieme tramite il riconoscimento e la compensazione delle singole nature, tramite autocontrollo dei singoli e tolleranza dell’altro, ed è la naturalmente volontaria rinuncia ad una scala di valori per le individualità. Ma di questa etica, la tecnica non ne vuol sapere. La sua apparente cosmica poggia per prima cosa non nel volontario collegamento delle nature tra di loro, ma bensì in una costrizione tecnica dell’ammucchiamento meccanico, poi per seconda cosa, la negazione, dalla base, della personalità, la tecnica non riesce a modificare l’uomo dovendo, forzatamente e continuamente, tollerare l’approccio alla vera vita in comune rappresentato dalla famiglia. Questa, nata dal moltlipicarsi delle masse, è molto vicina al materiale umano. Per questo, serve al meglio il matrimonio monogamo. Ma anche questa tolleranza proagmatica non può che creare danni. La posata fretta, con cui la nostra civiltà si dà da fare per crea­zio­ne famiglie? ma no! bensì di matrimoni, permette alla pic­co­la vita in comunità di inziare con il passo sbagliato. Non ci si pone la domanda: queste due persone staranno bene assieme? La risposta giunge prima della domanda: questa donna può fare figli, questo uomo può fare figli, dalla loro unione devono seguire figli, questo è quello che importa.3 […]

La maggior pare dei matrimoni non è né molto buona né molto cattiva. La peggior cosa, per l’etica della vita in comune. Non c’é motivo sufficente per una vera e propria alienazione, o separazione, ma manca da un pezzo la forza per produrre una vivere in comune. Che i bambini, combinati dal tiro a dadi dello spirito di massa della nostra vita pubblica, siano bio­lo­gi­ca­men­te abili, se ne può dubitare. Più concreto il danno che subiscono le loro giovani personalità nel vivere in queste poco autentiche famiglie. Per la loro salute materiale, il più delle volte nessun problema. Ma in agiatezza che in povertà, non imparano altro che il contenuto della vita sia «Mangiare e bere, scarpe e vestiti, casa e fattoria». E questo ideale tutto cent­ra­tra­to attorno alla fame è la rovina principale della nostra ci­vil­tà. Da questi matrimoni, i bambini non imparano ad ap­prez­za­re che i lati economici, quando questi non dovrebbero che rap­pre­sen­tar­ne la materia prima. Il nostro tempo tecnico-com­mer­cia­le non riesce a vedere oltre.

Il danno negativo si aggrava all’etica infantile dal positivo: i bambini non ricevono una vera e propria educazione, acnhe se vien fatto credere l’opposto! […]

La nostra incapacità all’educazione non è che l’espressione dello spirito tecnico. Da generazioni si batte il chiodo pre­pa­ran­done il terreno, e fin dall’asilo si passa al concreto, con tanta energia, despersonalizzando all’insegna della omo­lo­ga­zio­ne. Il dogma chiesastico del peccato, i genitori quali mez­zad­ri tra lui e Dio, gli ordini della Chiesa, gli ordini dello Stato, e il gioco è fatto. Altrimenti, inizia una vita di testa sua, il prima possibile, ma sempre con lo stigma della propria cat­ti­ve­ria, prona ad una insoddisfazione che lo porta ad esagerazioni che dovrebbero farla scomparire, e anche in questo caso il gioco è fatto - esaurimento della propria volontà, apparente saggezza di cattive abitudini, la dipendenza dal denaro in cos­to­si divertimenti.4

Quando un bambino esce da un matrimonio medio, co­nos­ce, quale contenuto di vita, che un ben stipendiato ma am­mor­tiz­zan­te mestiere tecnico. Quale scopo di vita, la massima sottomissione a tutte le dominanti istituzioni, punti di vista e tendenze, la realizzazione degli imperativi categorici della massa. Il cui vero senso – dal Sinai in poi – si è concretizzato con il perverso motto di Kant, che morale non sia che l’azione disgiunta dal piacere. Tra i rodenti preavvisi degli oppressi, l’incompresa personalità e le pressanti esigenze dell’opinione pubblica, l’uomo si trova a doversi tergiversare. Disabituato alla vita comunitaria dal tecnico spirito statale, a fronte del pubblico patriarcato nell’autoresponsabilità morale annichilita, l’uomo pensa di aver dato il suo tributo a tutti gli immaginabili doveri contro la vita, allorquando, dopo una gioventù la­vo­ra­ti­va e di divertimenti da scapolo e da buon pagatore di tasse e nevrastenico, mette al mondo nuove creature al mantenimento dello Stato, società e lavoro. Cosa ne sarà della loro vita, poco importa, basta che possano adempiere al servizio militare e in grado di pagare le tasse – non dice la Bibbia «Crescete e mol­tip­li­ca­tevi! Prega e lavora! Ognuno sia sottomesso all’au­to­rità!»

25. Il nostro comfort di vita

Lo spirito della tecnica si è allontanato dai suoi precipui compiti cosmici, direttamente con l’attività lavorativa sper­so­na­liz­zata ed indirettamente con l’educazione statale e la vi­sio­ne monoteista. Ma ha anche ridotto ad un relitto la nostra vita quotidiana, capovolgendola. […]

Non altro che surrogati, le magnificenze del nostro com­fort di vita, porpinateci dalla nostra tecnica? Ci fornisce di alcole e gastronomia, case ed abiti, a che pro? Per l’artificioso rapido inebriamento, visto che è diventato impossibile quello naturale, causato dalla gioia in una personalità in atto di rea­liz­zar­si. Come possono lottare contro la piaga dell’alcolismo coloro che appoggiano il lavoro tecnico e la sottomissione allo Stato? L’alcole è lo spirito, personificato, della nostra civiltà. Gastronomia? Con la personalità è altrettanto andata persa la capacità di gustare pienamente, chiaramente e personalmente. Pertanto, diventano indispensabili forti stimoli che non ne­ces­si­tano di essere gradevoli. Nella vita lavorativa urbana, au­men­tano le preparazioni di cibi e pasti sempre meno godibili. E più ingombranti sono i cibi, più necessitano di cambiamento. Il pane, lo possiamo consumare ogni giorno! Così aumenta, in pro­gres­sione geometrica, la costosità dell’alimentazione.

La nostra tecnica moderna fornisce alla massa cinque servizi fantoccio.

Dapprima, moralmente antietico, fornisce vestimenta per soffocare ogni ricordo del corpo, questo luogo di residenza della personalità, e bisogna ammetterlo, ci è sorprendemente riuscita.

Secondo, grazie ad ogni sorta di vestitini, i bambini, anche più deboli, vengono invogliati a trascinarsi nella vita per rag­giun­gere la riproduzione – sempre per l’aumento della specie! I bambini sani vengono rammolliti: si riprodurranno comunque, ma il fiero senso di forza vien tarpato, la capacità di godere ridotta, risvegliata la necessità di costosi surrogati. Terzo, eco­no­mio-sociale, obbliga l’uomo all’acquisto di vestiti, all’ac­quis­to di aiuto medico – grazie a questi, vivono in moltissimi, si arricchiscono e devono lavorare ancor di più di quanto sia loro strettamente necessario e pertanto ancor più profondamente spersonalizzarsi. Quarto, psicologico-sessuale, confisca tutte le forze sveglie dell’individuo, facendo sì che, alla sera, senta il desiderio di una casa. E così conclude, dopo il periodo di stu­dio a base di prostitute, il primo-peggior matrimonio.

Incrementati numeri per la massa e incrementato lavoro per lui stesso sono la conseguenza.

Quinto, industrial-capitalistico, permettono loro con l’oc­ca­sione di lavoro, di fare figli in questi matrimoni proletari.

Interiormente ed esteriormente, la tecnica sospinge l’uo­mo alla coppia, ma quanto offra, non sono che sassi per pane.

Suona meraviglioso che i nostri alimenti provengano da chissà dove: ma non satollano benché minimamente più che l’uomo primitivo le sue prede di caccia.Esclusivamente per la loro mancanza dovuta alla sovrapopolazione, la massa è di­ven­ta­ta troppo numerosa, si è dovuto dar seguito al traffico usan­do la tecnica per ovviare all’eccesso della massa. Questo è altret­tan­to meraviglioso che la fioritura estiva e la neve in­ver­na­le, semplici conseguenze della natura. Il singolo individuo non ci ha nulla da guadagnare. Da perdere, invece, con l’uma­nità che non può più raggiungere i suoi obiettivi culturali, dopo che il loro mezzo culturale gli è sfuggito di mano, anche il sin­golo – senza scampo! Deve abitare nei casermoni delle grandi città, rinchiuso nella massa, con essa e attraverso essa in ogni carestia, ogni fuoco, esposto ad ogni epidemia, ridotto ad adattarsi ai gusti delle masse per le merci nei negozi e grandi magazzini, respinto senza qualsiasi senso personale, indifeso se le brillanti istituzioni pubbliche delle ferrovie, gli ac­que­dot­ti, impianti elettrici, riscaldamenti centrali, cessano di fun­zio­na­re.5

Un povero mendicante alla mercé di tutti e tutto, questo è diventato l’uomo, moltiplicandosi, ammassandosi in fabb­riche, città e Stati: inpersonale nei suoi voleri ed azioni, di­pen­dente in tutti i suoi movimenti vita natural durante, mal ridotto dall’ es­tra­nei­tà con la natura del paese, un asservito alla propria gigantesca opera. Il palazzo da mille e una notte della moderna e liberale civiltà tecnica è in realtà una orribile prigione in cui ognuno è tenuto ad un lavoro forzato a vita, conscio, se non alt­ro, di venir nutrito a sufficenza. A cosa, il demonio della fame, non ha condotto l’uomo!

 

continua

 

Traduzione Bruno Ferrini

Férmati! Férmati!
Poiché noi
dei tuoi doni
la misura abbiamo colma!

Signore, il pericolo è grande!
Gli spiriti chiamati per magia,
non riesco a liberarmene.

 

Goethe: L'Apprendista Stregone

1) Cfr. L’interessantissimo scritto «Olympia e Golgotha», No.1 della collezione «Valori di vita».

2) Non si tratta di «Superumanità». Quand’anche l’ideale di Nietzsche non è l’incompreso signor uomo der moderni, la sua teoria della «Volontà al potere» indica chiaramente che vedeva fin troppo volontieri, nello spiegamento esterno della forza, la sopraffazione del debole. Ma questo è proprio la tendenza che, dall’inizio della cultura, ci ha spinto al degrado. Pertanto, Nietzsche è rimasto negativo, ma il suo imperdibile merito è l’aver criticato ogni morale – una nuova etica positiva, originata dalla voglia di vivere e pertanto pratica, gli è mancata benché gli sia andato molto vicino con il detto «A ogni piacere, l’eternità», dando così una risposta ai suoi quesiti. Il termine «Superumano», coniato da Goethe dandogli un profondo e prigenio significato – oltre lo squallore giornaliero. Lui stesso era armonicamente libero. Ma, tanto per fare un esempio, il geniale volo di Byron non gli ha permesso di trovare l’ordine della terra. Elisàr von Kupffer ha esposto che le radici del suo mondo sono da trovarsi in «Olympia e Golgotha». Anche Ibse (e quanti dopo di lui) aveba sognoato di un «terzo regno» – ma no resta che una domanda critico-filosofica. Elisàr von Kupffer rappresenta una novità in quanto vitalmente positivo in etica e religione, nella realizzazione di una sintesi di religiosità e gioia di vivere, armonia e massima libertà. Quindi, non ancora diventato generalmente noto – per lui, forse, i tempi non sono ancora maturi.

3) «Non ci si sposa per divertimento, ma per dovere di Stato!» mi ha detto un notissimo giornalista politico.

4) Cfr. L’animo di Tiziano, Capitolo VII.

5) Lasciamo perdere i casi di sfortuna che non sono da imputare, comodamente, oltre a quelli nella natura. Ma la dipendenza in cui si trova il singolo, è il maggior rimprovero. Un esempio: il 7 agosto 1906 il metro di New York fu invaso dalle acque a seguito di un temporale. La gente che si trovava nei treni, per avanzare in fretta, fu costretta a restare in acqua, prigioniera nei miasmi delle fogne.