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Paolo

Tra le esecuzioni capitali della storia dell’umanità, al fronte vi troviamo: Socrate, Cristo, Jan Hus, Giordano Bruno; ma ac­can­to a loro ci sono i martiri cristiani, gli eretici, le streghe e, an­cora oggi, tutte le vittime della mania morale contraria all’a­mo­re. Soprattutto in questi «criminali», si svela l’errore fon­da­men­tale, costantemente applicabile e immutabile malgrado i cambiamenti, su cui basano la legge e l’ordine di acquisizione della moralità basata sulla fame.

Chiunque litighi con le leggi e le usanze – ladri, tiranni, ribelli, ladri, ingannatori – si è mosso a partire dalla carestia generale; ci sono stati problemi di pane quotidiano e dist­ri­bu­zione del potere in cui il più debole è infine annegato – ed è giusto così, fino a quando l’unico obiettivo, l’unica scala ris­contrata era in materia di garanzia del pane, così il potere eco­nomico, ma non di meno dei vinti, che come del vincitore. Il giudice a cui entrambi hanno fatto appello, erano violenza, as­tuzia, il caso; e si decise nella via cava, nel piatto campo arato, al tavolo da gioco e in borsa.

Ma gli eretici nella fede e nella consuetudine non cercano l’arricchimento, a nessuno invidiano vita e libertà.

Non attaccano che i diritti – e fossero anche stati acquisiti fedelmente alla fame – concessi ad un individuo, un gruppo o il pubblico in generale, con il potere di asservire l’individuo nel suo intimo, falsificandone il rapporto tra cuore umano e Dio e tra gli altri, con blasfema paura idolatra e costumi che sfrut­ta­no coscienza, volontà e azione. La loro lotta è considerata es­se­nzia­le che nei confronti di umani statuti, statuti della fame, che si presentano come verità eterne, leggi di eterno valore, eppure sono unicamente fraintendimenti, regole superstiziose ori­gi­na­te nel caos, incapaci di vivere radici e obiettivi unitari, le forze e realtà, lasciando che domini l’abisso del caos, per afferrare le altezze del mondo divino; e rappresentano gli ostacoli alla vita di individui propri nella loro ascensione verso Dio.

Questi statuti avrebbero avuto motivo e ragione se non una singola richiesta di resistenza avesse fatto tremare un’a­ni­ma, e veramente sentiti come ognuno e tutti volevano – anzi, gli statuti sarebbero allora stati completamente inutili! La loro presenza parla contro la loro effettiva giustificazione.

Tranne – forse! – quelli giudicati sulla base di generici be­ne­fici nei confronti della fame, sono in tutto e per tutto fon­da­men­tal­mente sbagliati, perché così tanta indignazione contro di loro, la forza e la vita. Mentono quando predicano la nullità individuale: Dimostrato dai costi dell’impegno, a lezioni di multe, funzionari e carceri, di un «niente – nulla» (!) per fre­na­re la volontà dell’individuo.

Non una verità – una volontà, vale a dire la volontà ge­ne­rale della massa affamata, rappresenta il contenuto del di­rit­to, costume e l’istruzione, che sono stati costruiti in cont­ras­to all’auto-coscienza.

Contro di essa deve sorgere, e fosse ancora catturato nel profondo errore ge­ne­rale, il perseguimento e l’inseguimento di una pura esigenza individuale, in cui si risveglia l’idea di Dio, e dovesse rudemente fronteggiarsi, seppur nell’aumento della ubbidienza civile, con il comune senso di sudditanza. Deve get­tare il guanto di sfida del rispettivo ordinamento giuridico di massa, deve con la sua infrazione della legge santificare il di­rit­to del singolo- anche se il combattente ha detto di voler spez­za­re la propria volontà: Lutero, che si è rivoltato a Roma, ma an­co­ra ha parlato di comprensione limitata per gli assoggettati.

L’audacia di contrapporre regole migliori nei confronti di quelle adottate o eseguite dalla maggioranza migliori, rap­pre­sen­ta una svalutazione del valore maggioritario e l’apprez­za­men­to del mondo personale e singolare; Se quest’ultimo fosse niente e tutto tutto il resto, allora la vecchia regola sarebbe pur sempre quella giusta e i suoi difetti una semplice parvenza. È disastroso risultato del delirio della fame, che il caos, nel pro­prio perseguimento, non abbia sempre capito le esigenze del singolo individuo, errore il suo, debilitante e controproducente insegnamento dalla parte del torto, e viceversa.

A Socrate,75 che non volle fuggire in modo da non violare le leggi di morte in Atene, non si sarebbe anche permesso di combattere le leggende degli dei, il loro sentimento alla base di crudeli leggi punitive; rispettandole, le ha restituite alla gius­ti­zia. Vincitrice è stata praticamente l’intuizione di mera emo­zio­ne di una massa Stato fondamentalmente moderata, come oggi segna la moralità pubblica laica che è stata, però, non ancora così maturata; significava in quel momento, al di là del tipo Socratico, di un’equità e sviluppo individuale, al senso pre­va­len­te della vita ultraterrena – ma l’hanno anche preso di mira, per la soppressione della propria volontà. E similmente stiamo per Giordano Bruno, Spinoza, Fichte.

Così la contraffazione del tragico destino di una per­so­na­li­tà fedele alla massa, non è davvero da essere vista nella sua esecuzione capitale, ma nel suicidio, commesso in questo modo fisicamente e spiritualmente – un eroico nonsense di volontà individuale accecata dal caos.

* * *

L’apostolo Paolo rappresenta l’archetipo della tensione nella fede cristiana della Chiesa tra il Sinai e il germogliante mes­sag­gio di gioia.

L’ebraismo quale fede di terrore, ha acquisito la sua forma più recente e ancora influente attraverso il Cristianesimo eb­rai­co; tuttavia, esso rappresenta un tradimento della creatura del messaggio di Cristo, che non per nulla è sorto come fon­da­men­tal­mente contro la visione del mondo dell’anima ebraica.

Cristo era venuto – nonostante le molte parole a volte mi­nac­ciose dei Vangeli – non a giudicare e non a odiare, ha pre­dicato non particolarmente una visione di padrone dalle im­po­si­zio­ni celesti, ma l’anima in cerca di padre e di amore, nel cui regno molti gli appartenenti, il mite e paziente giusto e l’in­gius­to, la vita fruita come spettacolo e lontano dalla rabbia e vendetta, e redenzione di apporto esterno da ciascuna delle costrizioni terrene, concedendola ad ogni anima figlio di Dio, in libertà senza imposizione di leggi e statuti per la massa. Crolla miseramente tutta la dottrina Cristiana del giudizio uni­versale a fronte di Giovanni 3:19, dove la pena per l’ini­mi­ci­zia di Cristo si trova inesorabimente fissata a che le persone ri­man­gano al buio nella loro ottusità, che per loro è più che luce. Questo è l’auto-giudizio di chi è trattenuto, prevenuto pri­gio­nie­ro, dal Caos.

A tal fine, ha visto in opposizione coloro che sono stati scossi emotivamente dalle disgrazie del popolo di Israele e dai loro peccati, che hanno osato di nuovo sperare in favore di Dio solo dopo un completo e terribile rinnovamento del mondo, nel messaggio di Cristo – la vicinanza interna del regno di Dio per ogni anima che la cerchi – piuttosto che il messaggio di un vi­ci­no scoppio di terribili universali giudizi del mondo.

I discorsi di fuoco contro le istituzioni umane da parte di sacerdoti dominanti la massa e da parte di freddi bigotti – l’in­seg­na­mento della successiva ablazione dell’amorevole aiuto che ha confiscato le terrene ricchezze dalle speranze di aiuto da e di Dio – il suo messaggio di rinnovamento interiore dell’uomo: questi discorsi incendiari suonavano nelle loro anime come ul­ti­mo ammonimento a fronte di un degrado di tutti i valori e i poteri terreni. In equivoco, onesti hanno preso l’opera di Cris­to, che sembrava loro un nuovo profeta, gli altri del Messia del popolo, unicamente ciò che sembrava loro vero per il loro ane­li­to spirituale. Non ne capivano il suo vero, trasfigurato, sciolto dalla poco lungimiranza terrena, esseri e visioni radicate in un profondamente personale legame con Dio, non ne riuscirono a trasmettere la novella, e tanto meno il suo eterno significato di salvezza, come il vincitore prigenio della terra e della sua raz­za, come il paladino della vera «cultura» umana, che può es­se­re trovata solo dove la compulsione naturale si è tras­for­ma­ta in libertà e gioia.

È un errore di vedere in Lui un nemico del lavoro e dell’at­tività del popolo, dove invece se ne realizza l’alto grado: nella mera celestialità della natura, dovremmo essere rimasti che scimmie, amebe o atomi; ma il profondo sforzo per lo sviluppo nella natura indica necessariamente Cristo, quindi anche il più profondo appagamento del desiderio della natura, il più alto completamento della natura. I primi ed i successivi cristiani, travolti dalla paura della fame, non l’hanno visto.

Pur avendone spesso sentito le sue parole, non si erano resi conto e completamente colto i pensieri, prevenuti dalle antiche correnti di pensiero: il loro benessere terreno di­pen­de­re dalla loro fede in Dio, la miseria, invece, vista quale collera divina, avendo invano a Dio sacrificato vittime, rivelato come incancellabile il peccato originale, unicamente un ulteriore inaudito sacrificio avrebbe potuto riconcilare Dio.

E ora Cristo aveva volutamente accettato l’eroico supe­ra­men­to degli orrori della morte, l’inevitabile odio e sete di sangue di coloro che si ritenevano sue nuove vittime inedite in nome del benessere razziale; aveva testimoniato la sua parola con il sangue. Perché in essi la fede pensava di rivivere il Cristo quale terribilmente santo sacrificio – che sarebbe stato lì, predetto dalla Bibbia con oscuri enigmi quale redentore dei peccati dell’umanità – Lui, che ha parlato di tutte le persone come figli di Dio, e dal momento che nessuno lo capiva, in chiara sicurezza di sé parla del suo, il figlio dell’uomo figlio di Dio – è stato il Signore Jahwe stesso, come un sosia, quale figlio è apparso sulla terra per spazzare via ogni colpa umana del peccato attraverso il suo medesimo sacrificio di sé per riconciliarsi, da solo, con se stesso.

Su questi pensieri d’espiazione di Dio, l’ultima rac­ca­pric­cian­te massima espressione del delirio di vendetta, si con­cen­tra­ro­no le speranze e le paure del suo imminente ritorno, il prossimo giudizio universale, per coloro che non lo fre­quen­ta­no, incompreso, (e parole così timorosamente distorte nella ingannevole tradizione che le sue parole racchiudevano), si credette nel messaggio e si respinse così l’ultimo tentativo di misericordia che il Creatore aveva fatto prima che distruggesse la vecchia terra ormai dilaniata. Fu frainteso da coloro che amavano il Cristo adorandolo, persino la sua risurrezione: non capivano cosa si intendeva per conquista terrena.

Così, doppiamente, è stato il pensiero di vendetta, che è tornato ancora una volta come la fede distorta in Cristo: Cristo, l’altro Signore Jahwe venuto a calmare attraverso il sacrificio cruento la vendetta di Dio – e Cristo, ancora una volta venuto a punire con un tormento eterno, chi ignorava e non riconosceva il sacrificio della croce.

A questa convinzione, continuamente, fecero fila nel corso del Cristianesimo i messaggeri del giudizio universale e oggi gli «avventisti» affrontati dall’altra, la cosiddetta immagine «mo­der­na» di Cristo. che attira che le lievi menti «comuniste» ed i propugnatori di una morale migliore; entrambe le immagini e raffigurazioni non catturano la profondità di Dio e la grandezza delle persone che amano la verità e il felice salvamento di ques­to devota trasfigurazione. Come – divino o terreno – ri­go­ro­so giudizio lo videro impegnato da forche e roghi in suo nome contro tutti coloro che cercano Dio nell’amore e gioia. Anche i suoi prossimi discepoli lo tradirono, Lui e il suo lavoro. Solo Giovanni sembra aver sperimentato il Cristo vero: l’ex­tra­ter­reno-divino suo essere – come sempre frainteso – è stato recepito per primi dai discepoli di Galileo, di certo non dal sangue esclusivamente ebraico.

Tuttavia, il messaggio di Cristo è veramente uscito nel mondo grazie al suo discepolo rabbinico, Paolo.

* * *

Paolo, un rigoroso – il Signore Jahvè con timore e tremore, lealmente servitore delle scritture Ebree – aveva perseguito con fervore come sacrileghi gli adepti di Cristo ritenuti dei piantagrane che (mal giudicandolo) lo predicavano come Dio-Messia autosacrificatosi, il cui ritorno foriero a dirigere il mondo.

Per Saul, era la peggiore bestemmia affermare che un mi­se­ro prigioniero giustiziato, condannato da parte delle autorità ecclesiastiche più alte, e da Dio, e riconosciuto anche come fig­lio dell’unico Dio – potesse essere un uomo infelice, un nien­te fatto di fragilità impegnata all’umiltà incondizionata, potesse essere riposto come Dio e Figlio di Dio! – il sovrano del mondo avrebbe dovuto presentarsi in pietoso annientamento? Un uma­no – come Dio e Dio – come un umano? E’stato il ro­ves­cia­men­to completo del suo sentimento, nel suo più pro­fon­do sdeg­no, come è ancor vivo nell’insegnamento del Talmud, Cris­to abbia sofferto la punizione eterna per la sua bestemmia, nell’ in­ferno di merda bollente.76 Tale odio deriva essenzialmente da questa profonda differenza messa in contrapposizione.

Poi venne il giorno di Damasco.

Deve essere stata un’esperienza profondamente dell’anima quanto gli ha fatto intendere Cristo. Le sue lotte successive tes­ti­moniano che – rispetto alla precedente realizzazione ipocrita della legge – la «grazia» improvvisamente è apparsa come la salvezza. Doveva essere disperata interna impotenza, ri­con­ci­lia­re Dio sulla vecchia strada: forse era un sentimento d’amore che ha reso così quasi impossibile soddisfare la vecchia legge, spronata dagli altri «legge nelle membra» (Romani 7:25). Ma c’è probabilmente stato alcun senso verso la donna, perché quello era quanto l’Antico Testamento comandava, anche egli chiama, lo denomina, come «non libero» meglio di libero: ma era probabilmente più una forma di identico sesso, malamente visto di buon occhio. Il suo giudizio severo su una tale sen­sa­zio­ne di amore (Romani 1:25–27) parla niente affatto contro, però, non ci vede tanto un terribile peccato, ma è già una puni­zione agonizzante per le «pagane» sculture realizzate – a lui stesso fonte di tormenti e disperazioni, che sembravano essere una visita diabolica. Poteva – come a innumerevoli nella stessa posizione di lui, fino ad oggi – valutare non in modo im­par­zia­le la strana sensazione che sembra essere fraintesa e quindi vista di cattivo occhio.

Ad ogni modo, in una tempesta interiore di disperazione, Cristo deve essersi avvicinato a lui.

Ma non era il Cristo della Buona Novella che capiva, per lui Cristo divenne il purificatore del sangue. Probabilmente anche i primi Cristiani avevano sospettato cose del genere, con riferimento ai peccati di Israele; ma principalmente Saul-Paolo lo hanno vissuto in modo profondamente personale, come sacrificio di Dio per l’eradicazione della colpa umana. Tremò troppo potente in lui proprio questa emozione, e la porterà al conflitto con il resto degli apostoli, a rompere completamente con gli statuti ebrei, da lui considerati come per sempre li­qui­dati da Cristo. Così è diventato anche l’apostolo paga­na­men­te «Gentile». E la sua profonda esperienza, i suoi discorsi e le lettere, influenzarono allora probabilmente la fede, come es­pia­zione, gradualmente in tutti i ricordi, in modo decisivo le relazioni dei Vangeli e tutte le minacce dei tribunali messe in bocca al Salvatore quale leggenda, il suo messaggio e di altri, nuove parole com­p­le­ta­mente in contraddizione,77 ancora completamente realizzate dal vecchio spirito.

No, la buona novella portata da Paolo, così intimamente e intensamente amava Cristo – la meravigliosa ai Corinzi I, capi­to­lo 13, lo testimoniano le sue stesse parole, il più sublime ed eterno per ciò che è stato scritto dalla umana gente – ma non inteso nel loro più profondo senso. Tuttavia la sua sensazione di fede è stato il modo essenziale per riconoscere finalmente il Dio sconosciuto, il salvatore prigenio e onnivincitore intero, al posto del vendicativo creatore dei mondi.

In Paolo si contrappongono due opposte visioni conclusive di Dio, immagini di Dio: il Signore Jahvè, l’antica vendicativa onnipotenza dallo stato d’animo completamente in­com­men­su­ra­bile che aveva precedentemente rilasciato statuti ir­rea­liz­za­bili e ancora ha ammesso alla grazia unicamente quanto a lui gradito78 – e quella di Cristo venuto per cercare e salvare ciò che è stato perso secondo il vecchio statuto.

Sì, questa contraddizione farà soffrire dopo di lui tutta la Chiesa Cristiana, sempre costretta a nuova separazione e di­vi­sione, a seconda della preponderanza della fede in Jahvè – o in Cristo per una nuova confessione che, ma nella nuova forma, molto presto si ritroverà a sua volta precipitata nella stessa contraddizione di uno «scisma» laico, fino a quando persiste inspiegabile la confessione di Paolo come fondamento della fede; anche Lutero tornò solo a Paolo e Agostino quando ri­get­tò gli umani statuti romani degli uomini; ma Pascal, nella sua lotta contro i gesuiti – i più logici riconoscitori della figura del Signore Jahvè79 – sulla scorta di uno sfondo Chiesastico basato sulla Bibbia.80

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Paolo è sulla soglia della più sublime conoscenza di Dio, egli è colui che eleva la fede dell’Antico Testamento oltre la ris­tret­tez­za razziale e si trova nel mezzo tra Isaia e Cristo, va al di là di Isaia guardando a Cristo, ma non lo capisce completamente a causa del sentimento che prova nei confronti del grande pensiero di Isaia, fin troppo vivo in lui, che il Signore Jahvè, il signore del mondo, per scelta e non per Natura forzata – ha scelto il popolo d’Israele, e quindi e pertanto lo può pure scar­ta­re e respingere: questa idea è Paolo, in termini di messaggio del Cristo Padre, allora e inoltre, che Dio accetti o rigetti l’ani­ma individuale, in libera elezione. La dottrina della «pre­des­ti­na­zio­ne» è sicuramente più del concetto di vecchia alleanza e resta ancora ben al di sotto dell’animo della liberazione di Cristo, che ovviamente sarà aperta unicamente dal Chiaro Messaggio della essenza naturale e propria per l’uomo, atta a comprendersi come la più alta ancora di salvezza, come il superamento del caos per aiuto di Dio.

Mosè mette l’uomo e Dio in una relazione legale dura e rigida, come uno di chi appartiene, obbligato, al gentiluomo; i «pagani» cercavano con sopprusi di sfruttare, in favore degli uomini, la reciproca invidia degli Dei; Isaia riconobbe la libertà divina e la natura soprannaturale; Paolo la riferisce al singolo individuo, quello che è di nuovo in Lutero, quando la Chiesa, sollevata nell’anima paralizzante, combina il pagano intrigo con l’onnipotenza del Dio ebraico, sfruttandoli fusi nel segno della croce, alla barriera di vita.

La cosa veramente decisiva in Paolo è l’intuizione che, sen­za l’aiuto gratuito di Dio, l’anima non viene alla salvezza; ma erroneo e incostituzionale a Cristo, rimane in lui che non si rende conto di quanto bene la gente ricerca proprio di certo, e che non è contro Dio e degno dell’inferno, ma necessariamente appartiene alla salvezza e che non può che acquisire la fig­lio­lan­za di Dio che in quanto essere proprio ; ma da quando vide in Dio l’Onnipotente Creatore, questa intuizione trasfigurante e il messaggio più intimo di Cristo furono a lui chiusi.

Naturalmente, per grazia, molti potrebbero essere salvati, che in precedenza avevano lottato invano per l’adempimento degli statuti, ma era il capriccio di Dio che ne faceva tale scelta. Non era la filiazione divina che proclamava Cristo; l’amorevole Padre celeste, che escludeva nessuno finalmente, dopo molto errare, rivolto a Lui in confidenza – Dio era con Paolo vettore di tremende umiliazioni, e Dio sembrava preferire all’aspirante onesto coloro che senza dignità orgogliosamente confessavano la propria impotenza: ciò risuona anche nella parabola del ban­chetto regale ed i mendicanti (Matteo 22:1-14, Luca 14:15-24), con la sua chiusura alla vendetta dello spirito estremamente anticristiano, anche se messo in bocca di Cristo.

Se l’uomo era stato dapprima in grado di costringersi all’ umiltà e all’obbedienza, ottemperare così a tale disposizione di legge: – d’ora in poi, fallisce per lui questa autogestione della pietà. In ultimativa auto-espropriazione, l’uomo dov­reb­be ren­dersi conto che sarebbe stato per lui in alcun modo impossibile lottare da solo secondo la volontà di Dio, e neppure per cer­car­ne aiuto divino nella sua redenzione; così vasta era la sua nul­li­tà umana, dopo la caduta di Adamo, la misura a sé stessi e che hanno ereditato e più volte incolpano le proprie aspirazioni, che sarebbero rimborsati unicamente da un immenso sacrificio di Dio – mai da propria aspirazione. Questo dovrebbe con­fes­sa­re la persona che lo riconosce. In tale profonda degra­da­zione dell’uomo – che contraddiceva aspramente il valore appena dato dal Cristo all’anima individuale e al suo desiderio e alle sue aspirazioni – Paolo ha trovato la più grande sublimazione di Dio, contro la quale gli appariva l’onoreficenza del Galileo, il Figlio di Dio crocifisso, quale peggior peccato.

Quindi questa umiltà-umiliazione di Dio divenne l’estrema umiliazione di ogni singolo uomo.

Anche se in questo statuto risolto, più forte rinnovamento della fede nelle vittime dell’uomo preCristiano, così Paolo ha anche combattuto contro gli statuti della razza ebraica, vide annullato il vecchio patto della legge, ma ha costantemente esor­tato il suo vecchio buon senso a poi gradualmente tornare al legame personale tra l’uomo e Dio di nuovo in un governo di associazioni comuni – nella «comunità» che, proprio come l’in­termediario tra l’anima individuale e Cristo era, infine, come in precedenza il popolo di Israele, mediatore della vita indi­vi­dua­le e di Jahvè; il nuovo strumento per il messaggio, fino allora tenuto sulle le tavolette del Sinai, lo ripropose nell’Ul­tima cena.81 La vecchia forma del giudaismo era ormai incrinata, ma è rimasto l’abisso infinito tra Creatore e creatura, tra Dio e l’uomo, che per Paolo non può assumere alcuna forma di essere proprio.

Rimane una contraddizione paralizzante nel Cristia­ne­si­mo, così come è concepito da Paolo: da un lato, più alto amore di Jahvè-Cristo volontario spogliamento dall’onni­po­ten­za – e volontario dolore umano – d’altra parte, si deve essere ri­chia­mati non all’amore, ma ancora una volta a crudele umo­ris­mo, che non tutti, seppur pagato il debito per eliminare ogni pec­ca­to, siano da salvare in toto. Quanto insito nella conos­cen­za dell’auto-esistenza, la realizzazione del sé quale es­sen­zia­le maturità degli esseri che non l’onnipotenza può abbreviare, causando la graduale salvezza individuale, diventa intelligibile senza diminuire la bontà e la sovranità di Dio – che è un in­di­rizzo blasfemo, Dio fatto arbitrario quale assurdità nella fede di Paolo, qui solo i redenti, popolari a Dio necessariamente richiesti, unica vera convinzione della assoluta necessità di infondere questo divino sacrificio, di nullità assoluta di ogni volontà umana, contrapposta ad una illimitata onnipotenza di vendetta di Dio.

Non più i figli di Israele erano il popolo di elezione, il Razzismo è rimasto da superare – ma è rimasto quale scelta e capriccio, che avrebbe appartenuto al popolo eletto di santi, con i dispersi nel tormento eterno. Figlio di Dio, come Cristo ha annunciato, completamente si dissocia con la pre­des­ti­na­zio­ne debolmente auspicata da Paolo. Ma probabil­men­te non ancora maturata al genere umano, che ne avrebbe pienamente compreso il messaggio di Cristo, ma reso necessaria l’ulteriore preparazione da parte di Paolo e della Chiesa. Ha parlato all’ uomo, come lui stesso ha sperimentato, e il progresso fon­da­men­ta­le che lo ha portato a Damasco, è anche diventato un in­cre­men­to di umanità -, non senza convulsioni oltraggiose ed indicibili lotte della fede e del sentimento.

* * *

In Paolo, l’ubbidienza nella fede divina trova davvero la sua ultima parola: l’elezione della misericordia e della dannazione.

Eppure la sua stessa anima di lottante confronto tes­ti­mo­nia contro di essa. Se tutte le «lotte e percorsi» fossero in vano, come lui stesso dice, in che modo avrebbe potuto e dovuto fati­car­si all’inseguimento, lotta e lavoro – e sarebbe stato un ten­ta­ti­vo di forzare la decisione di Dio, dunque la presunzione, l’in­cre­du­li­tà, il peccato –, ma se fosse altrimenti, pensavano fosse pio e giusto per vivervi comodamente, se uno, tutti i pec­cati nonostante l’elezione della grazia portavano bea­ti­tu­dine, e utilizzata inutilmente l’auto-flagellazione, ma niente, se sei stato precedentemente determinato dalla scelta e condannato per disonorare.

Ma la natura, dal vivo profondo di Paolo non avrebbe mai potuto soddisfare l’indifferenza – ha dovuto, lottando, con­fu­ta­re la dottrina dell’elezione e la propria nullità, senza vedere che nelle sue aspirazioni presentava la propria natura a Dio, ma non era ancora in grado di trovarne la piena redenzione, nonostante l’amore e l’aiuto di Dio, perché la piena maturità non era stata ancora sperimentata.

Le stesse lotte continuano attraverso il Cristianesimo, che, in un modo incomprensibile, in nessun modo nel cuore del messaggio di Cristo, diventa completamente foriero di odio.82

Tutti coloro che negano la vita, Origene ed i monaci com­bat­tono, con le loro azioni, la loro fede. Il creatore dall’onni­po­ten­za aveva – avrebbe logicamente pensato – anche creato il sentimento dell’amore, realizzato dalle componenti del corpo. Ucciderli era – di conseguenza – un intervento nella volontà di Dio e non pio; ma volevano che essere pii e respingere ogni autocompiacimento peccaminoso e lo facevano, oltre tutto, che con la propria volontà.

Soprattutto, tuttavia, si sente la propria volontà nel sen­ti­mento di amore, la più forte autoaffermazione della vita. Il desiderio di amore sembrava quindi a loro come una ribellione anti-divina. Naturalmente, si potrebbe farlo valere, a con­di­zio­ne che le persone siano state testimoni per l’onore di Dio, ma anche agito in questa tolleranza nel costante pensiero dell’im­mi­nen­te ritorno di Cristo, la fine del mondo; non c’era più una vera scusa per procreare. Poi gli liberi istinti dell’amore erano così legati alla credenza pagana, anche se in realtà non si allon­tanano da Dio Jahvè, e fatti apparire quale idolatria e solo di recente visti malevolmente in quanto troppo simili ai servizi pagani.83

Tutto questo non potrebbe ancora spiegare il forte senso di odio, di dissenso ai sensi, di quegli uomini, da pari a pari è in­fat­ti in nessun Dio del devoto buddista, era insegnamenti d’O­rien­te pre e all’infuori del Cristianesimo, con gli Esseni ed an­che nei Manichei.84

In realtà, v’è un doppio motivo: il sentimento dell’amore nella sua forte e profonda auto-radice è certamente una contro-spinta per i sensi di massa e quindi la mente di massa teme l’amore, a meno che non servivano al potere di massa nell’al­le­va­mento dei bovini e la ricerca del cibo; ma si deve aggiungere che l’amore per la libertà non è certo riferito a persone deli­bi­ta­te dalla fame, in modo che i fallimenti di esperienza sono come in generale vissuti da moltissimi, e hanno preso posto nella percezione piuttosto profonda, contro la libertà di amare e l’amore. Perché contraddice la mente di massa e perché ha reso lo spirito massa quasi inimmangiabile agli intenditori- perché, contrario al caos è stata distorto attraverso il caos: l’amore è così passato in discredito85 e il Cristianesimo potè portare un tale assalto contro di loro, come il Buddismo, e analogamente, alla follia di massa.

Solo quando l’essenza naturale è chiaramente ri­co­nos­ciu­ta, la scintilla divina dell’innamoramento, può essere consi­de­ra­to come un seme profiquo, messaggio di Cristo nel senso più profondo di Dio inteso come amore felice – e quindi in grado di eseguire la purificazione della gente di tutte le età, oltre l’ipo­cri­sia e l’amarezza della vita. Finirà, allora, la lotta insensata dell’uomo, che ha voluto fuori dalla volontà, santificare contro le forze più sacre.

Senza l’autoaffernazione del singolo, ovviamente, il sig­ni­fi­cato più profondo della gioia dell’amore rimane non ri­co­nos­ciu­to. Più comprensibile, seppur triste, è la confusione a cui soccombono così tanti spiriti competenti. Tutti i fondatori religiosi e la Chiesa miglioratrice hanno presentato la morale pronti a distruggere il singolo e la sua propria volontà – e montarsi la testa, ma anche con la propria ribellione, alla censura adatta all’ordine preesistente della Chiesa; proprio come Socrate. Anche a quel uomo che ha preparato la via, ma ad una libertà fondamentale propria e sollevò il potere della coscienza, in Lutero, vale ancora la rigida schiavitù della Bibbia, davvero regno di contraddizioni. Voleva ignorare le leggi e gli ordini dell’uomo e mantenere solo i comandamenti di Dio, ma era il suo sentimento che decise che cosa era il dominio divino o umano; ma lui non poteva vederlo o am­met­terlo. Non per niente si dondolava come nella questione del libero arbitrio – non è che i pensieri attraversano di per sé l’annullamento, siano essi spirituali o secolari.

* * *

Dall’«onnipotenza»deriva che tutto deve accadere, cioè nelle loro aspirazioni, e nulla può accadere che vada contro di loro; tutto ciò che accade è essenzialmente un’espressione del loro senso dell’essere. Dalla non particolarità individuale segue, tuttavia, che è impossibile per l’individuo fare qualsiasi cosa che vada contro l’essere onnipotente, né lasciare che ciò cor­ris­ponda ad esso. Questo individuo (presumibilmente disin­te­res­sa­to), essendo così sempre e ovunque, rappresenta comple­ta­men­te l’onnipotenza – volontà, in intenzionale – Dio, l’intera natura, la mente, la forza, la sostanza – dato l’adempimento.85a

Ma gli onnipotenziari – sacerdoti, studiosi, funzionari pub­blici, poliziotti – guardano con orrore che gli individui vog­liono tutto il contrario e combattono perfino contro l’ordine di maggioranza. Lì devono rendere innocuo l’individuo e per così dire, vietare le sue azioni, punire l’azione, rompere la volontà. Devi scusarlo per non essere in grado di fare altro, ma devi an­che scusarti per il motivo per cui devi punirli.

Pertanto, l’individuo è stato dichiarato res­pon­sabile, res­pon­sa­bi­lizzabile, libero di realizzare scelte.

Ma guai, se non ha usato la libertà della volontà di li­mi­tar­si nel pensare, nel sentire e nell’agire per auto desicisione – nel rinunciare (!).

Perché?

Perché la sua ricerca propria proprio in quanto tale, a pre­s­cin­dere da qualsiasi risultato è percepita come una minaccia per la – denominata onnipotenza e l’universalità – appare il fantasma di maggioranza, ma confuta il singolo come tale, la pretesa della massa sul singolo diritto di esistere. La libertà completamente al servizio ed in grado di essere applicabile all’ ordine, per sottomettere e per espiare ogni proprio desiderio – poco importa a nome o in virtù di cosa, supportato: davvero, a leggi dell’onnipotenza – ed è vero, leggi apparenti dei desideri di massa sono l’unico significato del cosiddetto libero arbitrio.

Ora si dice: l’uomo è libero di volere, perché il Dio Crea­to­re lo voleva libero; poi il Creatore, e lui era precedentemente onnipotente, rinuncia in tal modo alla sua onnipotenza, as­se­g­na all’uomo una parte considerevole della sua sovranità e non può fare d’ora in poi, quando tutti lo escludono dalla loro pre­sen­za, e decidono contro di lui – come allora logicamente la Chiesa con le sue messe al bando. È davvero una tale es­c­lu­sio­ne di responsabilità e inimicizia delle persone che la pensano disattendendo i vantaggi della struttura del gruppo, la forma più genuina e più sana di auto-difesa – a condizione che la voce, alla sua origine, sia stata fatta su consenso volontario, ma non necessariamente, e anche che l’esclusione non ulteriore di libertà e restrizioni di vita rispetto alla mera perdita di van­tag­gi di gruppo trascurato, lasci da parte la possibilità di cer­ca­re nuovi mezzi di sussistenza in altre strutture di gruppo. Alt­ri­men­ti ecco lo stupro crudele, che per sua stessa natura è un divorzio e, se la privazione è associata ad esso, è un atto puni­tivo-educativo – cioè, una prova di maturazione.85b

Non può essere un caso che questa degnissima punizione sia completamente sparita dallo Stato di massa, e invaso da multe e reclusioni in modo che sono effettivamente visualizzate che alla loro ricaduta. Ma ci si arriva qui, espresso dalla fede dell’onnipotenza Sinaitica, in cui non c’è posto per la libertà, anche se l’influenza del messaggio di Cristo, con la sua stima dell’anima individuale in esso, avrebbe portato l’idea di libertà e ha sollevato la questione del libero arbitrio. In verità, è in questa convinzione che Dio vuole davvero che l’uomo sia li­be­ro, che riconosca veramente il proprio sé, sebbene ancora non lo abbia riconosciuto. E solo, dalle credenze Clariste della propria esistenza, il quesito che concerne volontà si dissolve senza sforzo e promuove la vita.

Secondo le convinzioni precedenti, Dio ha dato all’uomo la libertà di scelta, avrebbe dato all’uomo una parte indipendente negli affari mondiali: una «costituzione»; la libertà intrinseca e la persona fisica sono in realtà una Magna Carta Universi.86 Sarebbero stati gli individui ex schiavi e succubi di altri – d’ora in poi sarebbero stati «liberati», assurti, con tutti i diritti pro­p­ri di figli di Dio.

Quindi, nel pensiero di questa assegnazione della libertà, il Chiaro Messaggio già prefigurato e che lo divide, deve svi­lup­parsi con un pensiero rigoroso, con il Clarismo.

Ma segue più da esso, Dio non ha bisogno della decisione nella libertà contro di lui, di un’anima nella sua comunità (che calvario sarebbe, per entrambi!), quindi sarebbe la malizia più squisita, per rovesciare, sì per crearli, ormai fuori da vanità ferita, in selezionati tormenti dell’inferno. Solo l’idolatria po­te­va immergersi in un’illusione così priva di Dio come Dante, l’iscrizione appesa alla Porta dell’Inferno (III: 1–9), chia­man­dola «amore»!

Piuttosto, l’amorevole liberatore di anime lascia a sé l’in­di­viduo finché il mondo della confusione lo soddisfi ancora più completamente; e solo quando matura, e inizia il mondo del caos per lui essere un tormento, e, infine, più richiede Dio, quale luogo di esistenza raffinata, e aiuta l’impegno verso di lui del cuore desideroso, fino a quando non sapendo e alla ricerca proprio ci matura.

Questo ordine divino è la fede Clarista; il suo spirito è che ogni castigo sia unicamente purificante separazione del non-ancora-in relazione – non la vendetta, né coercizione, ma spul­cian­do la protezione e l’istruzione per una comunione, una co­mu­nità.86a

Veramente: il libero arbitrio è la sovranità intrinseca dell’ essere individuale, il potere, il diritto e il potere da solo, per indurre ordini, valori, effetti, aggiungere o ignorare se stessi all’ambiente e al suo funzionamento – e dovrebbe essere sog­get­to alla concorrenza. Libertà che danno diritto alla gente di votare la propria strada – solo ognuno ha la propria res­pon­sa­bi­lità e la sconfitta dei suoi sforzi per prendere su di sé, come partigiani, sofferenza di Dio quando Satana vince, cadendo come avversario di Dio quando Satana cade sconfitto. Libertà dei mezzi di scelta volontaria: la diversità degli ordini di esistenza, la capacità di appartenere all’ uno o all’altro – è l’opposto della fede unitaria.

Pertanto gli studiosi di Dio, delle scienze umanistiche, naturali sono presi dal giudizio senza fondamento se am­met­te­re il libero arbitrio, la responsabilità, l’auto-sovranità e auto-essere, il potere generale di detronizzare gli esseri – o, dando seguito al’unico tutt’uno, insegnare l’irrilevanza, la volontà-libertà, l’irresponsabilità. La loro influenza, ma la cont­rad­di­zio­ne tra ragioni e le conseguenze delle loro rivendicazioni, tra i fatti e i loro desideri, confutati con brillante disprezzo, han­no, quand’anche esistesse veramente l’unità onni presente, la realtà sarebbe qualcosa di molto particolare – avevano bisogno di tentennare, chiedersi, indovinare? il tutt’uno ne ha bisogno di fronte a se stesso, nei suoi rappresentanti, per giocare a nascondino ??

Quindi, trascorso in questione mentale, si lotta, per il de­si­derio, in ogni senso, la creazione e in effetti il ​​vero potere dell’es­sere individuo, contro la menzogna della fame nello stato fondamentale – contro la bugia, che la natura intrinseca sa­reb­be un inutile apparenza.

Attorno al valore dell’essere come individuo si svolge la vera battaglia, le future ambizioni che vanno contro la volontà di conservazione della massa, contro la sovranità del passato. In verità, il significato della questione del libero arbitrio è stato grossolanamente rimosso quando è stato discusso a lungo e duramente se l’uomo dipendesse o meno da motivazioni. Dopo tutto, nessuno ha negato che, alla fin fine, l’uomo agisce nello stesso modo e non in modo diverso da come ha dovuto agire, perché questi particolari motivi avevano il sopravvento; ovviamente ognuno è preparato dal suolo in cui è passato, è stato «determinato», ma la questione è solo nella verità, se e dove cresce al di là. se si prende uno l’ultima fermata, uno spreco o cerca di migliorare la vita: e questa decisione, dopo per essere in grado di fare propria scelta, chiede la volontà come «libertà», che non ha negato una o la necessità, non più di quanto le grandi linee guida «etiche» di vita, ma che egli può operare solo in base alla sua volontà, la maturità. La libertà della volontà non eleva il mondo all’arbitrarietà e alla coin­ci­denza.

Non c’è coincidenza dovuta al caso! – è una proposizione volante, certo non in vista dell’accaduto in precedenza, poiché ciò che accade è presupposto dal tempo, luogo, circostanza e gradi delle forze che vi ci agiscono; ma in termini di vita sig­ni­fi­ca­tiva, ci sono molte possibilità. Sì! l’individuazione effettiva esterna del mondo aggrovigliato del caos, il senza meta, lo scon­tro faccia a faccia, l’incontro delle cose e degli av­ve­ni­men­ti.87 Proprio per questo, è il compito di chiara e forte volontà, è la missione dell’essere proprio, secondo i suoi propri obiettivi, per far fronte alle forze cieche, trasmissione confusa di pre­su­mi­bil­mente origine dal diritto naturale per affrontare ag­giun­gere – scelta e desiderio personale nella cacofonia di possibi­li­tà di camminare in sensibile divenire, ed è quello di diventare i dipendenti delle opere di Dio, il disegno coerente nel caos. A nome dei dipendenti della propria volontà la libertà di auto-organizzazione esige e deve nettamente contestare la negazione di questa libertà, sia la nuova «legge naturale», la parte della possibilità anarchica dovuta al caso di gettare le armi sotto lo spirito della costrizione, come quelli vecchi di «idolatra le­ga­le», nel nome del «la libertà», predica la rozza rinuncia all’au­to­at­tività. Entrambi sono scagnozzi del caos, coercizione, ot­tu­sità e agonia; ma il Clarismo chiede la «libertà» nella e della singola anima nel senso del diritto di ogni persona, il luogo naturale nella vita di scegliere la propria comunità di impatto in opere proprie e trovare compimento gioioso della vita e l’anima di maturazione. Ovunque gli sia permesso di agire con gioia, l’uomo si sente anche libero, indipendentemente dai peggiori problemi esterni; in questa valutazione gratuita si tratta di superare tutto l’anarchismo e il socialismo, i due poli della nostra disastrata civiltà del Caos:87a non (interno) ordine, solo (esterno) ordine estraneo che porterà forzatamente al catastrofico crollo.

L’albero deve essere valutato sulla scorta dei frutti che sarà in grado di produrre nel futuro, non dalle sue radici; fi­no­ra, tuttavia, i pensatori, sia che votassero a favore o contro il libero arbitrio, trasferirono ogni decisione nel passato, sia essa nell’eterno consiglio di Dio, di cui l’individuo era consapevole, delle aspirazioni «libere» di ammettere – che fossero di un precedente eterno Karma o legge naturale. Ciò significherebbe misurare il valore del pane non dalla tensione vitale che si avvicina alla volontà umana, ma dal fertilizzante da cui il grano è cresciuto.

Quindi o altrimenti, era uno spirito di massa dalla men­ta­li­tà passata, lontano dal futuro della vita, che germoglia spon­ta­nea­mente nel presente.

Nietzsche ed io

 

Traduzione Bruno Ferrini

Giovanni 3:19 Ora il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato le tenebre più che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

Romani 7:25 Io rendo grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore. Io stesso dunque con la mente servo la legge di Dio, ma con la carne la legge del peccato.

Romani 1:25 Essi che hanno cambiato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura, al posto del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen. 26 Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami, poiché anche le loro donne hanno mutato la relazione naturale in quella che è contro natura. 27 Nello stesso modo gli uomini, lasciata la relazione naturale con la donna, si sono accesi nella loro libidine gli uni verso gli altri, commettendo atti indecenti uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ri­com­pen­sa dovuta al loro traviamento.

Matteo 22:1 Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: 2 «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. 3 Egli mandò i suoi servi a chia­mare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. 4 Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono gia macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. 5 Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6 altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7 Allora il re si indignò e, man­da­te le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8 Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; 9 andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. 10 Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. 11 Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non in­dos­sa­va l’abito nuziale, 12 gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nu­zia­le? Ed egli ammutolì. 13 Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 14 Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Luca 14:15 Uno degli invitati, udite queste cose, gli disse: «Beato chi mangerà pane nel regno di Dio!» 16 Gesù gli disse: «Un uomo preparò una gran cena e invitò molti»; 17 e all’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: «Venite, perché tutto è già pron­to». 18 Tutti insieme cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: «Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi». 19 Un altro disse: «Ho comprato cinque paia di buoi e vado a pro­var­li; ti prego di scusarmi». 20 Un altro disse: «Ho preso moglie, e perciò non posso venire». 21 Il servo tornò e riferì queste cose al suo signore. Allora il padrone di casa si adirò e disse al suo servo: «Va’ presto per le piazze e per le vie della città, e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi». 22 Poi il servo disse: «Signore, si è fatto come hai co­man­da­to e c’è ancora posto». 23 Il signore disse al servo: «Va’ fuori per le strade e lungo le siepi e costringili a entrare, affinché la mia casa sia piena. 24 Perché io vi dico che nessuno di quegli uomini che erano stati invitati, as­sag­gerà la mia cena».

I labirinti dello spirito

Indice

 Prefazione

 Introduzione

L’immagine monistica del mondo:
il mondo quale stato d'animo

IIl pensiero della giungla

IIIl pensiero contadino

IIIL’inizio della mania idolatra

IVLa fede olimpica dei signori

VLa fede del Sinai

Perché Cristo divenne Gesù?

Il pericolo della razza

La visione del mondo legalistica:
il mondo come costrizione

VILa fede borghese I

VIILa fede borghese II

VIIILa fede borghese III

IXPilastri della società

Il mistero della fame

La visione individualistica del Mondo
Il mondo come sfida

XCriminali

XILa contraffazione della vita

XIIPaolo

XIIINietzsche ed io

 

I labirinti dello spirito PDF (tedesco)

Paolo Apostolo, ritratto di Anthonis van Dyck, 1620, Niedersächsisches Landesmuseum, Hannover

Paolo di Tarso fu uno dei missionari di maggior successo dell’Età Apostolica e uno dei primi teologi della storia del cristianesimo. La sua storicità è con­si­de­rata sicura per la maggior parte dei ricercatori.

Come ebreo educato greco e fariseo rispettoso della legge con cittadinanza romana, Paolo perseguitò dapprima i seguaci di Gesù Cristo, che non aveva mai incontrato. Ma dalla sua conversione, ha capito di essere un apostolo del Vangelo nominato da Dio per i popoli. Come tale, ha proclamato Gesù risorto soprattutto ai non ebrei. Per questo ha viaggiato nel Mediterraneo orientale e vi ha fondato diverse comunità cristiane. Si teneva in contatto con loro attraverso le sue lettere. Questi scritti paleocristiani conservati più antichi costituiscono una parte essenziale del tardo Nuovo Testamento.

Una caratteristica essenziale della teologia paolina è la concentrazione della fede cristiana sulla crocifissione e la risurrezione di Gesù Cristo con costante riferimento alle promesse del Tanakh. Attraverso l’adempimento vicario della Torah attraverso Gesù Cristo, Paolo ha trovato la giustificazione dell’uomo e la sua riconciliazione con Dio giustificata dalla grazia.

Le sue lettere hanno influenzato i Padri della Chiesa e conducendo teologi cristiani, influenzando notevolmente la storia intellettuale europea. Dall’Illuminismo, molti storici di Paolo vedono l’effettivo fondatore del cris­tia­ne­simo come religione indipendente.

La conversione di Saulo alle porte di Damasco,
dipinto del Caravaggio, 1600, Cappella Cerasi, Basilica di Santa Maria del Popolo, Roma

La conversione di Saulo

Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si pre­sen­tò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Geru­sa­lem­me uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi per­se­gui­ti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza ve­de­re e senza prendere né cibo né bevanda. Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: «Anania!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista». Rispose Anania: «Signore, riguardo a quest’ uo­mo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. Inoltre ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore disse: «Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo». E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato.

 


Atti degli Apostoli, 9 - Bíblia Católica Online



La via dell’amore

Se parlassi le lingue degli uomini e degli an­ge­li, ma non avessi amore, sarei un rame riso­nan­te o uno squillante cembalo. Se avessi il dono di profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire i poveri, se dessi il mio corpo a essere arso, e non avessi amore, non mi gio­ve­rebbe a niente.

L’amore è paziente, è benevolo;

l’amore non invidia;

l’amore non si vanta, non si gonfia, 

non si comporta in modo sconveniente,

non cerca il proprio interesse,

non s’inasprisce,

non addebita il male, 

non gode dell’ingiustizia,

ma gioisce con la verità; 

soffre ogni cosa,

crede ogni cosa,

spera ogni cosa,

sopporta ogni cosa.

L’amore non verrà mai meno. Le profezie ver­ranno abolite; le lingue cesseranno; e la co­nos­cen­za verrà abolita; poiché noi co­nos­cia­mo in parte, e in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte, sarà abolito. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto.

Ora dunque queste tre cose durano: fede, speranza, amore; ma la piú grande di esse è l'amore.

 

Prima lettera ai Corinzi, capitolo 13

Società Biblica di Ginevra, 1994 (La Nuova Diodati)

 

 

Magna Carta

La Magna Carta è il patto di re Giovanni d'Inghilterra (John Lackland), 1215, suggellato con la nobiltà ing­lese in rivolta. È considerata la fonte più importante della legge costituzionale inglese e dei diritti delle persone. La Carta dei diritti americana, Bill of Rights, 1791, è in­flu­en­zata in modo significativo dalla Magna Carta.

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (Liberté, Egalité, Fraternité) durante la Rivo­lu­zio­ne francese del 1789, la Dichiarazione uni­ver­sa­le dei diritti umani del 1948 (Carta dei diritti umani delle Nazioni Unite), la Convenzione europea sui diritti umani del 1950 e l’atto finale di Helsinki, nel 1975 i Diritti di libertà dell'individuo divennero universali.

I diritti individuali dell'individuo, postulati da Elisarion e Eduard von Mayer, dentro e attraverso il Clarismo, possono essere visti come una visione profetica di queste dichiarazioni sui diritti umani, per una Magna Carta Universi.

La porte de l' Enfer, Auguste Rodin
Bronzo per il Kunsthaus Zurigo, 1948

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l'etterno dolore,


per me si va tra la perduta gente.




Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e ’l primo amore.




Dinanzi a me non fuor cose create


se non etterne, e io etterna duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

 

La divina commedia, Canto III 1–9,


Dante Alighieri, Auguste Rodin, scultore.