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La fede olimpica dei signori

Il primo stato di schiavitù generale e individuale, chiamato il potere alimentare degli dei del ciclo annuale, può durare per infinite volte. Poco cambia, significativamente (anche se la forma della faccenda deve cambiare), se ci si trova in una grot­ta, se è un vasto paese di convivenza, se ci sono pochi o in­nu­me­revoli partecipanti, se diverse orde si sono fuse in una, o parti tribali si sono sostituite.

Certamente, l’individuo perde sempre più importanza, più l’individuo è lì, più è facile avere sostituti per ogni fallimento – più è necessario che il modo di vivere diventi una divisione del lavoro, mentre l’individuo è la struttura protettiva molto dif­fe­ren­ziata, mentre il tutto perde importanza, è inferiore, di­ven­tando comunità. Con il numero dei membri, cresce il sig­ni­fi­ca­to economico esterno dell’intero, aumenta il potere dell’al­le­an­za con l’ordine divino, si approfondisce la paura dell’os­tilità celeste e della vendetta (anche se ci sono scorte ali­men­tari per brevi periodi, parzialmente messe al riparo dall’umore divino) – la stretta supervisione di tutto ciò che riguarda l’individuo diventa sempre più minacciosa, il suo lavoro esterno e l’ob­be­dien­za, la sua sottomissione interiore è in costante crescita.

Ma finché la cura dei campi e delle mandrie è sufficiente per fornire il cibo a tutti, la visione del mondo rimane es­sen­zial­mente invariata: l’ordine celeste della resa dei campi. La comune attività a fronteggiare la fame rende indispensabile il contenuto della comunità e le forme, in una distribuzione del lavoro meno robusta, soddisfacendo la stragrande maggioranza degli scopi della vita; tutt’al più, come gruppo speciale, i sa­cer­doti stanno davanti a tutti; per allontanare i nemici è suf­fi­cien­te anche una tempesta.

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Tuttavia, si diventa significativamente diverso quando cam­biano le basi di tale vita protettiva.

Se tutta la terra disponibile non è sufficiente per sod­dis­fare la fame, allora o l’intera tribù o almeno una parte più giovane deve partire alla conquista, sia per colonizzare terra libera, creare nuove terre arabili selvatiche, agricoltori come prima – che, come un guerriero, sia terra già popolata, per strappare terre fertili da un popolo più debole.

Nel primo caso, l’immagine del mondo si sposta in meri dettagli, in base alle nuove condizioni del suolo e del tempo, più si differenzia la vecchia e la nuova casa; ma rimane la mente contadina, perché il contadino, nella sua volontà, lo farà. Lo spirito e la maestria del conquistatore, d’altra parte, trasformano la profondità della visione del mondo.

Le capanne esistenti sono costrette a condividere il ricco raccolto, e per aumentare la limitatezza del raccolto, attraverso l’aumento del lavoro. Il popolo primitivo deve essere cos­tan­te­mente tenuto alla schiavitù, e questo sarà il potere dei padroni. La costante occu­pa­zio­ne di guerra, la divisione con l’oc­cu­pa­zione del paese in zone d’influenza, hanno di regola adempiuto e limitato il loro lavoro. Per mantenersi sul terreno conquistato in mezzo a servitori vendicativi nonostante siano la minoranza, gli immigrati, strettamente regolamentati, de­vo­no rimanere permanentemente pronti per l’arma; nell’e­ser­ci­zio dell’arma, la maschile capacità dell’uomo di rimanere sveglio. Non c’è, per­tan­to, tempo e potenza per ordinare il terreno.

Era stato necessario, da affamati, di conquistare il paese, diventa altrettanto urgente risparmiare i vecchi abitanti e i capi­fa­mig­lia, se lo sterminio completo non fosse stato pos­si­bile; persino la protezione contro eventuali nuovi nemici di­ven­ta un dovere dell’uomo, e solo una degenerazione tardiva e falsamente nobile è la «distruzione contadina».9

La costante coesistenza delle comunità straniere significa istituire contratti a prestazioni fisse, significa mediare tra le due metà del paese: così si addiviene alla legge.

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I diritti sono poteri reciprocamente delimitati, decisioni voli­ti­ve – inutili dove esiste un’unità di per se avvantaggiata e van­taggio e la forza individuale trovano piena soddisfazione nello scambio volontario, come in ogni vero terreno comune. Ma diventano indispensabili non appena si oppongono gli opposti del sentimento di vita e persino delle pretese di esistenza, sia dagli improvvisi scontri nell’immigrazione, sia dalla continua dissociazione durante il corso della vita della storia comune, dalla mescolanza razziale e dalla segregazione razziale. I diritti sono un riconoscimento della molteplicità della vita, poiché influiscono sulla confusione terrena – esternamente in effetti, e tuttavia a causa di forze interne che ancora non hanno tro­vato la loro libera armonia. I diritti sono: pagamento anti­ci­pa­to per la libertà.

Già tra i sacerdoti e le rimanenti persone della comunità contadina, esistevano rapporti giuridici. Ma erano un tale rif­les­so del rapporto di potere soprannaturale tra le potenze ce­les­ti e gli umani, che in realtà tutte le relazioni di prestazioni reali si libravano nella nebbia della paura della fame. Da ques­ta confusione di poteri «incommensurabili», es­sen­zial­men­te diversi, incomparabili, il sacerdozio ne ha beneficiato ovunque, in Egitto, in India, così come a Roma. Non esiste una legge ferma, onesta, essa è sempre solo apparente, ingannevole; questo falso diritto, con la sua strisciante calamità, è tuttavia un frutto della brama della fame, e quindi per tutti coloro che hanno fame, cioè autentica legge idolatra, anche la legge più elevata, per sempre rimossa ed esclusa dall’indagine di una discussione..

Dopotutto, questo diritto sacerdotale è ancora un modello del nuovo stato mentale, della signoria, basato su prerogative. Il privilegio è antico quanto la legge, perché è emerso allo stes­so tempo con il diritto, come residuo del passato po­te­re esc­lu­sivo, che i poteri secondari dovevano riconoscere. Un «uguale diritto per tutti» significa l’eliminazione di tutti i diritti, di tutte le singole regioni, nell’unificazione pacifica o violenta della comunità del popolo; e là l’antico partito di massa «ata­vi­co» pre-superstizioso si batte per i socialisti di tutti i colori, anche i più conservatori. Unicamente la chiamata alla stessa prerogativa per tutti, secondo i propri diritti, sarebbe vitale, garantendo a ciascuno, come roccaforte dell’azione, la propria sfera di vita, all’interno della quale l’altro non è competente, solo nella misura in cui ne abbia il diritto di opposizione.10

Questo è il più profondo significato del detto Suum Cui­que!11 «A ciascuno il suo!»

Siamo ancora ben lontani lontano da un tale spirito legale; ma inequivocabilmente, il rispetto della sfera di vita straniera giace nell’idea di legge, un valore umano supremo. Se anche il diritto proviene dal potere, e anche se il potere è ancora il mig­lior difensore della legge nella vita reale, lo spirito di nobiltà intuisce nel senso più profondo che, indipendentemente dalla forza esterna e dalla debolezza esterna, la legge è un qualcosa di interiormente sacro, divino. La protezione sta, sì, che c’è un ordine – il veramente divino – che non è basato sulla violenza.

Questa idea contiene, anche se inizialmente in un sen­ti­men­to egoistico di gruppo, la nuova visione del mondo del nuo­vo stato di volontà, come sperimentato dai padroni nel paese dei bottini.

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In ostinata angoscia, attirata nel mondo, la popolazione con­quis­ta­trice non ha perso allo stesso tempo la patria, la cre­den­za della patria nella terra che regge il cibo e le potenze celesti. Ma ha assunto altre caratteristiche, perché non l’aratro, ma la spada ha guadagnato il cibo.

Probabilmente agli dei del paese della nuova sede sono piaciuti quelli della vecchia come del tutto corretti, è piaciuto quanto ritengono che il soggetto precipuo ciò che i con­quis­ta­tori a casa – quando erano agricoltori – ritengono la natura e il funzionamento dei poteri sovrumani.

Tuttavia, fedeli all’idolo del credente che muore di fame, le persone si sentono quali conquistatori vincenti e credono che i loro dei li abbiano guidati e li hanno aiutati a nuovo cibo, divi­ni­tà che erano pertanto più potenti di quelle dei vinti; il «gran­de» Costantino, dal momento in caso di vittoria, che desi­de­ra­va rivolgersi al cristianesimo, giudicò il successo! dopo, come un vero romano, al quale il dio di una piccola nazione apparve anche come un dio minore, Dii minorum gentium!

Ora i vincitori potrebbero essere disposti a riconoscere a questi dei della terra, i custodi del benessere nazionale, la coltura agricola - che ora è diventata la loro fonte di vita per tutti gli onori dovuti - in sacrifici e consuetudini negli altari di provincia. Tuttavia,,dovevano rispettare i propri nativi, come cerchia più alta degli dei che, naturalmente, si attestavano come nuovi poteri in un modo nuovo.

Oltre ai poteri e le forze della vita sul campo, la terra ed i circuiti celesti, che dominavano ancora completamente il pri­migenio popolo agricolo – dovevano rispetto alla precedente validità in patria sui lontani ancestrali combattenti: dovevano ammettere come superiori le forze divine della guerra, alla re­go­la, al diritto, al sangue stesso. Così gli antichi dei sono di­ven­tati nuovi per il senso dell’uomo dominatore.

Gli abitanti originari possono solo insistere sulla fede degli antichi dei e solo adorarli e temerli. I padroni con­quis­ta­to­ri adoravano e temevano, oltre agli dei della natura, gli stessi dei del loro dominio, sulla cui potenza il loro dominio, il loro benessere riposava, in armi, in loro onore, allevamento della razza, ma anche in riconoscimento della sopravvivenza degli assoggettati. Perché senza servitori non c’è padronanza, e ogni forma di vitalità, di pigrizia e di svago, per quanto fuggevoli, presuppongono una schiavitù: l’operaio, come proprietario, può fare la sua escursione di vacanza fuori dalla grande città unicamente perché altri lavoratori non possono avere una vacanza, ma piuttosto devono trasportare i treni, servire nelle osterie, fornire l’illuminazione stradale. Questo (sulla terra) non sarà mai in grado di cambiare molto, quanto! dovrebbero applicarsi solo al dominio incondizionato dei conquistatori; e l’hanno capito saggiamente. Sì, videro nella protezione, nel diritto, che davano ai servi, così come un ordine divino, come nella posizione che possedevano.12 Per mantenere i sudditi nella loro sfera di diritti, esigevano da loro la stessa intuizione della Divina divisione di Dio «Riconoscimento della Signoria» per grazia di Dio, rispetto e timore degli Dei del Signore, anche se dapprima essi volevano felicemente il ministero di questi Dei superiori come privilegio di sangue e status, vietando anche agli abitanti primitivi di favorire gli Dei Maggiori; per rubarne questo favore ai signori.

Erano gli dei della legge, ma soprattutto il privilegio del potere vivificante in tutta la pienezza dell’esistenza. Una cre­den­za era ancora un’assurdità; non sarà in grado di realizzarla, finché la divinità del Signore non rivendichi il potere assoluto ed incondizionato, punibile e punito per qualsiasi divinità mi­no­re o divinità accessoria. Quindi, naturalmente, i go­ver­nan­ti sradicano le forme precedenti o nuove di fede in modo da non soffrirne. La persecuzione dei cristiani da parte dello stato romano testimonia così il morire della vecchia fede tollerante nei molti dei, l’emergere dello stato di fede, la «religione» dello «Stato», che non voleva adorare empi, minacciati. Era su una tale base che l’unica dottrina poteva ufficialmente arrivare al potere. Prima, sarebbe stato necessario un crepuscolo degli Dei.

Ma prima che ciò accada – con la trasformazione di tutte le condizioni di vita, le valutazioni della vita, le intuizioni – ovunque prevalga il potere dell’uomo, si applica la molteplicità dei servizi sacri degli dei come base dell’intera vita comune dei padroni e dei servi. È la differenza in termini di prestazioni, potenza e rango che l’uomo guarda fuori nel mondo, dal suo stato di fame.

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I corsi storici individuali hanno naturalmente impatti est­re­ma­men­te vari, forme miste e di transizione; è quindi importante comprenderne chiaramente le fasi essenziali.

Il più grande esempio di un tale sviluppo della fede del signore e il raddoppio della fede è la visione del mondo olim­pico.

Fa una chiara distinzione tra le generazioni di divinità vecchie e giovani, le semplici forze naturali delle potenze più antiche: cielo e terra, sole e luna, mare e vento, oltre a sorgenti e alberi – e la più giovane legalità.13

Gli dei più antichi, nella loro cupa e colorata diversità na­tu­rale, rimasero sullo sfondo della vera fede olimpica, adorati e amministrati dai contadini nei vecchi santuari e, nei secoli suc­cessivi, tornarono alla vita pubblica in tutti i «misteri» dei mis­teri. Erano e rimangono un’eredità della vita primitiva in Grecia, mentre gli dei più giovani, la congrega degli dei dell’O­lim­po, erano gli spiriti tribali degli uomini immigrati, i cui tratti continuavano nella natura «dorica». Pelasgici-Micenei-Pre-Ellenici erano gli antichi, dorico-ellenici i più giovani.

Indecidibile rimarrà sempre il giudizio a sapere se la con­versione delle anziane, semplici divinità della natura ha avuto luogo nella forma spirituale più giovane, signori, per con­quis­ta­re lo Stato greco – o se questo cambiamento è avvenuto già più di prima, con l’ex conquista migrante. Tratti interni e rap­por­ti di pesanti presagi lasciano credere che i Dori avevano già portato i signori Dei dalla propria patria lontana dal nord, fa­cen­done un soggiorno al Monte Olimpo e Dorico ed essere stato solo una temporanea pausa per le loro scorribande.

Troppo congeniali agli dei germanici sono quelli dell’O­lim­po in coppia, sì solo due, sentite le divinità qua chiamata A­pol­lo e là Balder, «l’altra parte del Nord» prevale in spazi aperti – «iperborea» nel paese, si diceva, sarebbe preferito da coloro che professavano Apollo. Ci parla il suono profondo del ricordo delle lontane serate bianche nordiche dell’estate! come se i Dori fossero stati un’orda in movimento di Teutonici! – una sacra primavera.13a

Ma anche se quanto hanno portato questi dei dall’Olimpo del nord, i loro primigeni non sono stati per questo originati nel paese scandinavo del sole di mezzanotte: l’essenza spi­ri­tua­le, sia del Walhalla come quella degli Dei olimpici, dimostra che la loro nuda regola era da signori padroni, pertanto arrivati da qualche altra parte, quali conquistatori.14

Comunque sia, una significativa profonda differenza di mentalità separa gli dei più giovani, dai vecchi.

Non Urano, il cielo, né Kronos, il movimento della volta celeste, è il potere supremo della vita, ma Zeus, il padre, maes­tro e pensiero dello Stato; invece di Gaia e Rea, terra e flusso dell’esistenza, Aera, la dea, ha il rango di supremazia; non Elios, ma Apollo traspare con chiarezza e chiarezza mentale il mondo, il più olimpico di tutti gli dei, il Balder (o Phol) così strettamente correlato.

Comprensibilmente, però, mescolato nel fiume della dop­pia vita economica, il funzionamento delle due comunità di dei, e spesso gli agricoltori hanno potuto finalmente chiamarli con un nuovo nome, gli antichi dei, tuttavia, hanno invaso antichi documenti nella fede degli uomini, trasfigurando i nuovi dei Ermes, l’ex dio dei pascoli e poi dio della proprietà, a cui tutto il traffico, il commercio e il cambiamento erano soggetti; Po­sei­done, non più il dio del mare ma del traffico marittimo; Dio­ni­so, della pioggia, poi del vino e infine il dio della gioia, most­rano chiaramente la trasformazione del fondamento della fede, il suo approfondimento.

Altre divinità sono rimaste immutate e semplicemente incorporate nella nuova cerchia, secondo il sovrano, così Demetra, dea arabile e madre terra, e accanto a loro divinità locali; Afrodite, signora dell’amore.

Ne sono apparse di nuove: il combattente Dio Ares, e Pallade, l’intelligente dea che lavora, inventiva in tutti i mes­tie­ri; la dea del focolare Estia, scaturita dal nuovo in­se­dia­men­to isolato.

Ce ne sono altri in confusi doppi rapporti: Eros, il più gio­vane e il più anziano di tutti gli dei. Soprattutto, Artemide, dea della verginità, il tesoro della coltivazione della razza: si ve­ri­fi­ca nello stesso momento come dotata di molte mammelle, molto convincente, e anche la dea della luna Selene (o Ecate) anch’essa assunta quale tremante e scura figura contrapposta al suo illuminante fratello Apollo, la regola delle antitesi, lan­ci­nante emettitore del fascio del sole. Lo stesso nome e la natura di confusione si pone ancora una volta, come con il cristia­ne­si­mo quale nuovo dio fatto di persone e santi al posto del vecchio schema: a Efeso, la Vergine Maria è stata la nera Artemide così rifilata, e saggiamente hanno scelto gli oppositori di Nestorio, che hanno respinto il termine Madre di Dio come luogo del loro «ecumenico» concilio rapinatore, Efeso, la cui folla ha aiutato a decidere il dogma. A tutt’oggi! a Cipro la vergine santa è chia­mata: Afroditissa!15

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Solo con difficoltà, il Circolo Olimpico cerca di preservare il ruolo delle dodici cifre del precedente rito al Dio sole. E per­si­no i miti dell’età avanzata, adatti al comportamento delle più antiche potenze agricole dello stato matriarcale,risultavano stonati al nuovo tono fondamentale della volontà. Il ministero non legato e testimoni che traboccano fertilità, la benedizione agricola e dei bambini, servono in qualsiasi forma alla vita pub­blica, purché da questa non scissi – sono d’accordo più lungamente, il meno coerentemente con la natura delle leggi e dei costumi degli dei della nuovo fede olimpica.

Questi miti alla fine diventano il veleno, a seguito del quale la nuova fede, non appena il suo potere speciale forte è decollato, deperisce e muore. I valori del matrimonio, della proprietà, della lealtà. La forza era giusta, sì, e gradualmente i soggiogati erano una scala decisiva: incomprensibile perché alla fine dovevano apparire i miti degli dei. La fertilità, un tempo comprensibile, significava ora seduzione e adulterio, la saggia astuzia dei tempi passati aveva ora la valenza di una spregevole e ingannevole bugia.

Così i nuovi dei poterono, a causa di fraintesi miti, resti di primi costumi volti altre economiche attività, pertanto non ap­plicabili nel lungo periodo come modelli di custode e di ruolo per una vita più nobile. Dovevano pertanto costantemente spro­fondare nei loro valori interiori.

Eppure questa contraddizione si aggiunge, essenziale e delirante verità, in vista del mondo degli dei unicamente demoni romantici del Cielo, volubili, vittime avide, tiranni: i signori padroni di nessun pensiero diverso rispetto ai loro servi, e misurati quale grazia divina i loro successi, i temuti fallimenti come divina vendetta, e servi inchini, pronti al sacrificio della loro volontà in favore dei loro padroni. Ma i rigidi comandamenti erano solo per il popolo, mentre i celesti naturalmente facevano e si permettevano di fare ciò che vo­le­vano.

Inconfondibile è anche l’influenza dell’opposizione tra nobiltà guerriera e contadini, che attraversò l’Ellade.

Naturalmente diminuito nel corso del tempo il contrasto di fatto: come poi in seguito nel Medioevo in Italia, i signori germanici, i guerrieri in Ellade paese o città divennero scu­die­ri, gli agricoltori si trasformarono in artigiani e cittadini; ma il divario legale rimase e quindi si aggravò al peggio. Ora, le lotte che travolgevano tutte le comunità dell’Ellade portavano inin­ter­rot­ta­mente alla dissonanza del capriccio selvaggio e della legge severa nei cieli. Testimoniato dallo scherno e disprezzo da parte dei signori, il vecchio dio del fuoco e nuovo dio dei mestieri Efeso. Il mestiere degli uomini urbano-industriali cui aspiravano le persone, contrassegnate da una divinità sporca e storpia, come servo e giullare nella tavolata di Dio – e, ri­ven­di­cato dal popolo, che fece di Afrodite sua moglie: l’amore come beffa, spesso goduto con le figlie del popolo e scontato che le nobildonne dei nobili signori soddisfa vano con i più infimi servi.

Significativamente, questa lotta silenziosa tra la razza su­periore e la gente, dove poter purificare da un lato, i valori che gli altri sono desiderosi di abolire: il poeta della nobiltà, Pin­da­ro, si sforza per spazzare via, con la leggerezza dei versi, l’in­comp­ren­sibile cannibalismo di Demetra, che avrebbe man­gia­to la carne di Pelope in avidità e cecità, è ora valutato come più significativo l’atto amorevole di Poseidon nei confronti del figlio di Tantalo.16

Il riflessivo e sobrio figlio del popolo, Socrate, ha cercato di interpretare il rapimento d’amore del figlio di Tantalo, per una questione di miti, quale mezzo per completamente dis­so­cia­re dagli Dei qualsiasi auto-volontà.

Non è la moltitudine degli dei, in qualche modo, la colpa per il declino della fede olimpica. La colpa di questo sta in pri­mo luogo con la follia insita nella fede basata sulla fame, che ha valutato gli dei nella misura della loro disponibilità a ri­for­nire cibo. Ciò ha quindi svezzato costantemente la sua gente, li ha alienati agli dei come la loro influenza sembrava meno ne­ces­saria, la loro influenza – nella misura in cui aumentava quello dello Stato sulla vita e quindi l’autorevole intervento divino diventava meno importante.

E presto la fede olimpica, gravata dai più giovani con i fatti della vecchia generazione di divinità, allora, ai loro tempi (matriarcali), validi per controllare la fame e pertanto con­for­mi alla morale, oramai controproducenti come ne apparivano le divinità, ben oltre la qualifica di demoniache e tiranne: cad­dero da vittime di mentale frattura razziale, allo stesso modo di quella di una compensazione economica.

Non la divinità nella sua molteplicità ha ceduto, solo la fede nei signori da parte dei signori Dei è scemata, e la morte della fede olimpica indica che tutti i vecchi servizi dimenticati rifiorirono: servizi segreti acquisiti presso molti luoghi, gli Eleusi, Samotracia, Livadia: e Delphi, il centro della fede olim­pica, il Santuario di Apollo, riuscirono a sopravvivere grazie al meschino uso della predizione del futuro. Questo è stato l’af­fa­mata distorsione utilitaristica dello spirito della luce che vive nell’idea di Apollo, il nobile conquistatore del selvaggio drago, forza sorda della natura che sembrava superare nella futura visione di pitica, deserto scintillante attraverso il brillante la­vo­ro dell’uomo a Delfi.

In questa idea di superare il caos per il tramite del potere divino, in intelligenza: la bellezza e la gioia di superare il caos, indicarono nella valutazione l’amore, dove la bellezza e la gioia della luce risuonano l’uno nell’altro - qui sta il valore eterno della fede olimpica, tutti i difetti nonostante ciò, la follia della fame, la brama di potere e invidia, dall’anima dei suoi proseliti, gliela diede. L’intuizione fondamentale del potere sov­ran­na­tu­ra­le, tutto di Dio, era ancora mancante, gli Dei stessi erano il caos venuto da creature ultraterrene, e quindi la parola vera­men­te liberatoria è rimasto in sospeso. Ma una metà comp­leta della verità del mondo, divenne la più profonda visione dell’El­lade.

* * *

L’erede della naufragante Ellade, il mondo dello Stato romano, l’incrollabile approfittatore, sobriamente, della terra e la de­lu­sio­ne della fame, ha proseguito la degenerazione della fede. I vecchi antenati degli eroi di servizio hanno preso una nuova forma in cui si onorò quale forma di Dio l’imperatore romano, e questo in realtà è stata la vera conseguenza e risultato della follia di successo dettata dalla fame: la guerra, ma l’imperatore come la più alta potenza e grazia in prima linea contro la fame e la violenza, e nell’ordine, la ricchezza che tutti gli individui vivevano nella certezza di un lavoro e nel cibo.

Da tale struttura ufficiale dello status oltre la fame, pia­ciu­to molto come espressione del consiglio della sovranità, culto degli Dei del popolo, la Chiesa ha saputo assicurarsi l’anima e l’uso più profondo ai propri fini di potere.

Non c’è contraddizione, ma piuttosto il risultato più au­ten­tico di pio culto dello Stato come dissipatore della fame che permette la più rigorosa gestione sacerdotale nella vita di Stato borghese del lavoro, si sono in realtà preparate – la prima, Roma pagana, la seconda, Roma papale. Chiamati anche «cris­tia­ni», gli italiani, significativa la loro innocente allegria ri­mas­tag­li, e questo nonostante, sono sempre pronti a rivolgersi allo Stato percependolo come una divinità, sia in era repubb­li­cana o monarchica, ecclesiastica o di tipo militare; prendono la vita così com’è e piace loro lasciare agli altri premure e res­pon­sa­bi­lità.

È lo Stato, come ad esempio i viziati da dipendenza di­pen­denti dallo Stato, dicono sia ordinata divina assicurazione sulla vita, un bene dell’autorità sovrumana, così nonostante tutte le chiacchiere dei «liberali», i veri agenti di Dio certamente han­no il voto decisivo in tutte le questioni della vita, come la Chie­sa ha costantemente sostenuto. È la divinità dei donatori del pane, poi, i sacerdoti sono in diritto di monitorare il sos­ten­ta­mento attorno al loro ramo. L’affermazione non inflessa al potere della Chiesa, l’«Ultra-montanismo» si è assegnato l’in­seg­namento di sempre per la sua infallibile rivelazione pas­sa­ta – ma affonda le sue radici molto più profondamente, genuine e in grado di espletare una «logica» sulla fame nel delirio del genere umano, il cielo e la terra dall’apparenza paffuta – al­tez­za distorta. Proviene dalla rivelazione finta come l’idolatria dello Stato – sono profondamente simili a dispetto di tutti, i nemici dello stato sacerdote.

Lo stato incondizionato e la Chiesa incondizionata sono simili a tutti gli effetti e unicamente nemici nella panificazione, nel far rendere il loro ristorno; è di fatto e moralmente lo stes­so, se i funzionari ora detengono nella sottomissione in «abito talare» o «uniforme» o saranno in individui sottomessi in «ca­mi­cia». E questo dettaglio se lo meritano i sacerdoti, guerrieri, funzionari pubblici o lo Stato operaio quando l’acquietamento della fame è il più alto: con il pane. Si tratta di loro attraverso l’uso controllato della forza lavoro, evitando tutto il cibo che non riveli da aspirazioni utili al padrone; tali poteri della vita, ma che significano l’indipendenza interna, la libertà spirituale dalla maggioranza della struttura vengono eliminati per il ​​bene del pane.

Ma l’uomo non vive di solo pane …

La fede del Sinai

 

Traduzione Bruno Ferrini

I labirinti dello spirito

Indice

 Prefazione

 Introduzione

L’immagine monistica del mondo:
il mondo quale stato d'animo

IIl pensiero della giungla

IIIl pensiero contadino

IIIL’inizio della mania idolatra

IVLa fede olimpica dei signori

VLa fede del Sinai

Perché Cristo divenne Gesù?

Il pericolo della razza

La visione del mondo legalistica:
il mondo come costrizione

VILa fede borghese I

VIILa fede borghese II

VIIILa fede borghese III

IXPilastri della società

Il mistero della fame

La visione individualistica del Mondo
Il mondo come sfida

XCriminali

XILa contraffazione della vita

XIIPaolo

XIIINietzsche ed io

 

I labirinti dello spirito PDF (tedesco)

Ercole in fronte a Giustizia
Dipinto di Victor Wolfvoet il giovine, 1640 circa.

Pittura allegorica di cui non si conosce l'iconografia. Pro­ba­bil­mente l'immagine mostra una miscela di concezioni legali greche, romane e cristiane. Di fronte a Giustizia, seduta su un trono, Eracle si inginocchia con la sua mazza. A guardia di lui, Minerva indica (con il ser­pen­te) le sue ricche azioni, che cadono dalla cornucopia della vita. Dietro a lei Felicitas, felicità e Arete, virtù. A sinistra il condannato e il giusto.

Eracle fece della figlia del re, Deianira, la sua seconda moglie. Un giorno entrambi hanno dovuto attraversare un fiume che stava allagando. Il centauro Nesso si offrì di portare la giovane donna asciutta sulla schiena, ma galop­pò via con lei. Erakle gli ha sparato una delle sue frecce mortali. Quando il Nesso ferito stava morendo, diede alla donna un consiglio infido: «Prendi un po’del mio sangue e mantienilo. Se hai paura di perdere l'amore di Eracle, imbevi il suo vestito con esso, e non vedrà mai più un'altra donna tranne te.» Il suo sangue fu avvelenato dal dardo della morte.

Anni dopo Eracle si rivolse alla bella Iole catturata. Poi la gelosa Deianira gli fece consegnare l'indumento intinto di sangue alla camicia di Nessos da un domestico che non aveva idea che avrebbe fatto del male al suo padrone con questo servizio. Dopo che Herakles lo ha lanciato, l'eroe ha sofferto terribili dolori. Ha cercato di togliersi l'in­du­men­to, ma era saldamente attaccato alla sua pelle, così ha anche strappato la sua carne. Deianira si uccise per la disperazione. Per porre fine ai suoi tormenti in­sop­por­ta­bili, Eracle rizzò una pira sul monte Monte Eta e si rianimò vivo. Una volta il Monte Eta fu proclamato dall'Oracolo di Delfi per la fine di Eracle. Inoltre, arrivò la profezia che sarebbe fatto morto da qualcuno che non era più vivo da solo. Ma fu tolto dalle fiamme all'Olimpo, dove ottenne l'immortalità. Il suo tormento finalmente risolse Era, ed Eracle era sposato con sua figlia Ebe, la dea della giovinezza.

L'immagine è probabilmente il campo prima del ricovero per Olympus. Giustizia deciderà tra la nefandezza del suicidio in ottica cristiana (o il donnaiolo), e le gesta di Ercole. I pilastri del diritto, non più retti!

Apollo, II secolo a. Chr.,
Musei Vaticani, Roma

Apollo è nella mitologia greca e romana il dio della luce, della primavera, della purezza morale e della mo­de­ra­zione, così come della profezia e delle arti, in par­ti­co­lare della musica, della poesia e del canto; Era anche dio della guarigione e dio degli arcieri.

Apparteneva come la sua gemella primogenita Arte­mi­de (Diana latina) agli dei olimpici, i dodici principali dei del Pantheon greco. Il santuario di Delfi, il più importante sito di oracoli dell'antichità, era dedicato a lui.

Apollo era per gli studiosi dell'antichità tedeschi e molti scrittori tedeschi al tempo del romanticismo tedesco, l'incarnazione ideale dell'immagine maschile dell'uomo. È spesso raffigurato con un disco in mano.

Balder è un dio nella mitologia germanica. Una fun­zio­ne concreta nella pratica del culto rituale nelle religioni germaniche è incerta ed è oggetto di discussioni cont­ro­ver­se nella ricerca specialistica. Ma lui è, come Apollo, il Dio della luce.

Altre divinità «moderne» del greco Pantehon erano Ermes, Poseidone e Dioniso.

I dodici dei dell'Olimpo

Zeus, padrino e sovrano di fulmini e tuoni.

Era, sua moglie. Padrona del cielo e patrona del matrimonio e delle donne.

Pallade Atena, testa di nascita di Zeus, dea della saggezza, delle arti e delle guerre

Apollo, dio della luce e della musica.

Artemide, dea delle notti illuminate dalla luna, foreste e caccia.

Poseidone, dio del mare

Afrodite, dea della bellezza e dell'amore, nata dalla schiuma del mare (eiaculato di Zeus).

Efesto, dio del fuoco e fabbro.

Demetra, dea dell'agricoltura.

Ermes, dio del commercio e messaggero di Zeus.

Ares, il dio della guerra

Estia, la dea della casa e il focolare inesauribile.

 

Altri importanti dei della mitologia greca

Eros, il dio dell'amore.

Selene, la dea della luna

Venere e Vulcano – Afrodite ed Efesto
Venere e Marte – Afrodite ed Ares

Dipinti di François Boucher, 1754

Si dice che Efesto abbia sostenuto la madre in una disputa tra Zeus e Era, dopo di che il padre lo afferrò per il piede e lo gettò giù dall'Olimpo. Per riconciliazione, Zeus decise di dargli Afrodite come moglie. Ma Afrodite lo tradì con Ares, tra gli altri. Efesto ne venne a conoscenza e fece una rete elaborata e indistruttibile, che attaccò al letto matrimoniale. Quando - come racconta Omero - Afrodite e Ares si stavano divertendo a letto, furono intrappolati in quella rete, ed Efesto convocò gli altri dei, che scop­pia­ro­no a ridere alla vista della scena, la proverbiale «risata omerica». Allora, Efesto e Afrodite si separarono.

Il tempio di Apollo a Delfi
Lo Stadio di Delfi

Pizia era il nome della divinazione profetica officiante nell'oracolo di Delfi, che proclamava le sue profezie in stati alterati di coscienza. Si sedette nell'Adyton del Tempio di Apollo su un treppiede sopra una fessura nella terra. Un gas che fuoriesce da questa falla mise la pizia in una specie di trance. Il dono profetico le fu dato in quel momento dall'ossessione di Dio Apollo.

I Giochi pitici erano concorsi che venivano celebrati nell'antica Delfi e nella vicina pianura di Krissa in ono­re di Apollo. Appartenevano ai Giochi Panellenici. Secondo il mito, si dice che Apollon l'abbia usato anche dopo l'uccisione del drago Pitone. Minori pizie sono state celebrate in molte altre città dell'Asia minore e della Greci.